La riqualificazione del titolo di
studio con l’abilitazione alla professione di tecnico di
radiologia medica, aveva ricondotto Anco Bolso, entro i confini
del proprio territorio. La passeggiata non era stata indolore e
seppure con l’età scarabocchiata, aveva recuperato la strada di
casa.
Il villaggio di Anaggio ove
risiedono i genitori, le sorelle e tre dei fratelli, dista
circa venticinque chilometri e gli basta mezz’ora per vederli e
far quattro passi per le strade del villaggio e ridarsi il
coraggio di continuare. La guerra chiama ogni giorno e Bolso non
ha saputo mai mettersi da parte.
La libertà non arriva a cavallo
ed ad ogni modo non è quella imparata sui banchi di scuola. La
Signora è sempre distratta ed allora per non ritrovarsi col culo
per terra bisogna stare all’erta.
Anco Bolso, quella mattina,
svolto il servizio notturno, stava semisdraiato sul divano della
cucina-soggiorno a leggere “ La Repubblica “ di Platone quando
un corto, affannoso respirare, lo distrasse. Ascoltò qualche
minuto con l’intento d’identificarne l’appartenenza ma la
memoria s’arrovellò invano. Spinto dalla curiosità, posò il
volume sulla sdraio a lato e si pose in posizione semieretta,
girandosi e calzando le ciabatte ai piedi. Allungò la mano
sinistra sul basso tavolino col piano di vetro affumicato
nell’angolo alla testa del divano ed estrasse dal pacchetto, una
sigaretta. Tese ancora un attimo l’orecchio e si alzò con
l’accendino in mano dirigendosi, ponendo attenzione a non fare
il pur che minimo rumore, alla finestra con la serranda alzata e
le ante spalancate.e s’affacciò sul rettangolo di terreno
avanzato dal progetto della costruzione. Lentamente, volse lo
sguardo a cercare la specie di cotanto affanno. Quando la vista
gli presentò un gatto che con le zampe anteriori governava un
topolino, però ne rimase deluso. Convinto, però che l’affanno
non provenisse da quel quadro, continuò a cercare scrutando
l’erba, le tavole, l’incavo che sottostava a piè del muro di
cinta dell’area scolastica sovrastante. Non riuscendo a scoprire
la fonte che l’aveva indotto ad alzarsi, si lasciò attrarre
dalle mosse del felino. Il gatto non dimostrava alcun intento
famelico. Sorridendo sotto le vibrisse, stuzzicava il topolino
con la destra incitandolo ad andare e fermandolo con la sinistra
appena accennava a muoversi. Il topolino squittiva di paura e di
rabbia cercando di sfuggire agli artigli del mostro che
evidentemente ne aveva diletto. Il gatto, invero non attentava
alla sua incolumità ma giuocava, si divertiva del terrore che
gli procurava. Il topolino, però ignaro del giuoco, temeva
d’essere ammazzato e con furia tentava di sottrarsi alle sue
grinfie. Ad un tratto il gatto lasciò la presa ed il topolino,
incredulo si ritrovò libero da quel cerchio infernale nel quale
era caduto e cercò di mettersi in salvo, saltando
sull’alberello di pino malpiantato che stava a meno di un metro
di distanza, sulla direzione di fuga che gli scappò dalle
zampette. L’alberello non era cresciuto che quel tanto per non
dichiararlo morto. La buca nella quale era stato interrato non
gli aveva offerto la possibilità d’impiantare bene, le radici.
Qualche rifiuto plastico od altro elemento non dissimile,
abbandonato dai muratori nella terra, non aveva permesso alle
radici di scendere in profondità e dargli la possibilità di
svilupparsi, al pari degli altri che contornano il rettangolo.
L’alberello, dunque lamentava una naturale instabilità e
manteneva un debole equilibrio. La scelta del topolino, in
sostanza, era stata incauta. Quel pino non era in grado di
dargli la sicurezza necessaria. Ma l’offerta che gli si parò
davanti, era quella e l’afferrò al volo. L’urgenza non gli
aveva permesso di verificarne la stabilità, né l’altezza e vi
schizzò sopra cercando la salvezza. La situazione precaria, quel
barcamenarsi ridicolo, istintivamente indusse Anco a sorridere,
sopravanzando la tragicità dell’evento. Il gatto rimase sdraiato
con le zampe anteriori e posteriori allungate, con la pancia
adagiata sui granelli di sabbia con una indifferenza umiliante.
Il topolino, in concreto non aveva scampo ma il gatto, se ne
stava stranamente acquattato per terra. “ Quel gatto è un felino
addomesticato, privato dell’identità “ si disse Anco con un
2
accorato fastidio “ ma ha la
capacità, d’intimorire il topolino con la presenza.” concluse e
si accese la sigaretta. Aspirò profondamente senza perdere di
vista il predatore con l’istinto assopito, denigrandolo e
mandandolo dagli estinti per la mollezza e l’inettitudine
acquisita e ritornò a tentar di scoprire la fonte che l’aveva
indotto ad alzarsi. L’affannoso respirare che l’aveva distratto
dalla lettura, apparteneva ad altra specie ed in ogni caso non
si addiceva alla sopraffazione di una specie su un’altra ed
allora si sporse con la testa un po’ oltre il davanzale della
finestra. Guardò sopra il marciapiede che accompagnava le
costruzioni e proseguiva oltre il cancelletto di legno che
separava le proprietà. La ricerca, però rimase infruttuosa, non
c’era un segno visibile e l’affanno sembrava estinto. Quando
all’improvviso il soffiare spaventoso del gatto lo richiamò sul
campo di battaglia. Il gatto, con l’addome strisciante sulla
sabbia e con la schiena ingobbita, avanzò di qualche passo,
fermandosi ed avanzando lentamente. Ad un tratto, con
un’elasticità, invero non eccessiva s’avventò sul pino.
L’alberello oscillò paurosamente con l’inquilino che
terrorizzato s’aggrappava ai rami con la coda, le zampe e
perfino con le vibrisse per non ricadere nelle grinfie del
gatto. Lo squittire del topolino era iracondo e tentava senza
risparmiarsi, di raggiungere l’estremità più lontana dal gatto.
L’alberello con la cima che oscillava fin quasi a toccare terra,
era trattenuto con caparbietà dalle radici malpiantate ma
sicuramente indomite. L’alberello di pino seppure avesse un
travaglio difficoltoso, con alti e bassi e dunque inaffidabile,
però non abbandonava il topolino nel tentativo di fuga. Ad un
tratto il gatto, però sospese l’assalto e guardando l’alberello
che oscillava alla ricerca della stabilità, andò a sedersi
nell’identica porzione di terreno nel quale aveva iniziato il
giuoco col topolino, lisciandosi con le zampe le vibrisse, gli
orecchi, la testa, intendendo probabilmente far credere al
compagnetto di giuoco che potesse star tranquillo. Addirittura a
rafforzare in lui questa decisione, iniziò a miagolare col
destro d’esibirsi in un brano lirico col risultato d’apparire
stucchevole ma soprattutto di dare al topo la possibilità di
scandagliare senza paura, la situazione ed approntare una fuga.
Il topolino, approfittando di quel leggero frangente, fu indotto
a pensare che dovesse scendere da quell’alberello inadatto ed
andarsi a cercare un rifugio più adeguato. Ma il gatto, forse
colto da un rigurgito d’istinto di razza, si lanciò in un
altro assalto inducendo il pino quasi al collasso. Il topolino
sorpreso, perse l’equilibrio e si ritrovò penzolone, attaccato
con una zampetta ad un rametto, alla mercè del gatto che però
s’ingobbì di nuovo la schiena, saltellò sul posto e trotterellò
sulle zampe muovendosi in cerchio con una lentezza inaudita
seguendo una parata immaginaria. L’alberello, dunque ritornò
nella posizione eretta ed il topolino riebbe la sicurezza anche
se precaria, d’averla scampata. Il gatto si divertiva a
torturarlo. Il suo atteggiamento era evidente ma la memoria del
topo gridava “ nemico “ e squittiva cercando una via di scampo.
Il gatto, però continuava a minacciarlo girando intorno
all’alberello, smuovendo le vibrisse, graffiando con le zampe
anteriori il tronco ma senza scelleratezza. Dunque si scostò dal
pino e s’alzò sulle zampe posteriori cercando con le anteriori
d’afferrare qualcosa che volava nell’aria sopra la testa.
Spadacciò per qualche minuto, con la coda contro un avversario
invisibile, poi la posizionò in alto scalciando ed annusando,
piegandosi fino a toccare terra con il muso. Piegò al petto le
zampe anteriori e vi nascose la faccia sbadigliando. Scivolò sul
fianco sinistro e s’allungò sulla sabbia con l’intento di
consumare un pisolino. Il topolino, meravigliato, rimase qualche
secondo ad osservarlo cercando un ramo più robusto a
trattenerlo, forse programmando di catapultarsi dal pino e
lanciarsi in una fuga risolutiva. Il gatto sembrava avesse
perso ogni interesse al giuoco e si trastullava sulla sabbia a
pancia in aria. Ad un tratto il topolino, con gli occhi puntati
sul gatto, si armò di coraggio e squittendo rabbiosamente, saltò
dall’alberello, a terra ed a gran velocità corse dirigendosi
verso il muro di cinta della scuola, scivolando su terra e
ghiaia, sulle pietre che Anco aveva raccolto sotto di esso “
zappuliando “quel terreno con l’intento di seminarvi dei fiori
ed allietare la vista. Ma ripreso prontamente l’equilibrio,
riuscì a districarsi dalle pietre, dalle piantine e dai vasi,
dai fiori e riprese la fuga di gran carriera, cambiando
direzione, orientandosi oltre l’appartamento della signora
Gambizza, scomparendo nel roveto, nelle canne e
3
forse nascondendosi su uno degli
alberi di fico che resistevano con la vecchia costruzione a
piano terra, delle sorelle Pintocina che si opponevano
strenuamente al rinnovamento ed al progresso avviato dagli
amministratori della città. Quel residuo del vecchio in mezzo
alle nuove, alte, moderne e colorate costruzioni condominiali,
in effetti deturpava la veduta dell’insieme e dunque le anziane
sorelle Labe e Bela che vi abitavano, quotidianamente erano
costrette a subire le minacce dei fagocitosi imprenditori e del
nipote che trascinandosi sul piede maldestro toglieva loro,
quella “ tanticchia “ di pace che riuscivano ad afferrare.
Invero a soffrire di questa situazione era Bela, la minore delle
sorelle Pintocina. Labe eccezion fatta per qualche debole ed
imprecisata imprecazione, non dettava a Bela alcun ritmo
particolare. La sua mente si nascondeva nell’immaturità al
contrario del cammino dell’età e del corpo che si era
appesantito oltremisura. La mattina, Bela si alzava che ancora
non era chiaro. Messo piede sul pavimento dava inizio alle
faccende di casa. A metà mattina, oltre alla sorella era
costretta a farsi carico del nipote che si esercitava
nell’arte del procacciatore d’affari. Bela s’attardava in
cucina a preparare il pranzo ma non aveva scampo. Il nipote le
stava alle calcagna, pressandola perfino quando faceva alzare
dal letto di spine, la sorella e l’accompagnava in bagno, la
spogliava , puliva, cambiava e metteva a sedere. Togro,
indifferente alla fatica di zia Bela continuava ad esporre il
piano, costringendola ad
afferrare l’affare che le
prospettava. Labe, seduta sulla sedia assegnatale, col mento
reclinato sul petto, giuocava con il mignolo della mano
sinistra in silenzio e sembrava contenta. Quando Bela le
accarezzava la faccia per darsi conforto, lei le regalava
perfino un sorriso a mezze labbra. Appena la casa si faceva un
po’ d’ombra, Bela prendeva a braccetto la sorella e la induceva
a passeggiare. Andavano avanti ed indietro per quel che
potevano, lungo il muro perimetrale della casa, senza varcare
il cancello scorrevole che chiudeva all’interno i palazzi
condominiali. Quando Labe dava qualche segno di stanchezza, Bela
prendeva una sedia, l’accostava alla porta e la metteva a
sedere. Guardata a vista dal nipote, innaffiava le spinesante,
il cactus, le margherite e gli altri fiori che coltivava nel
rettangolo di terra lungo il muro, in tubi di cemento e latte di
conserva. A tempo, entrava in casa ed andava in cucina ad
osservare la cottura del pranzo. Quando il nipote girava la
gamba ed usciva dal cancello, Bela , di corsa entrava in casa
uscendone con un pugno di sale che lesta buttava alla volta del
nipote con un lungo sospiro di liberazione. Allora prendeva per
i fianchi la sorella e rientrava in casa chiudendo la porta a
doppia mandata. Bela aveva svolto il lavoro di raccoglitrice
di gelsomino fino alla chiusura della fabbrica e la voltura dei
campi in capannoni e ciminiere. La dipartita dei genitori le
aveva procurato un collasso e lasciato in eredità la sorella.
Aveva interrotto quasi del tutto di cucire e ricamare su
ordinazione, rinunciando a quel che poteva essere. Adesso è
costretta a sopportare le angherie di un nipote venuto in città
ch’era adulto, al seguito della bara della madre. Aleta, la
sorella di Bela rimasta incinta di un uomo sposato e padre di
tre figlie, ripudiata dal padre si rifugiò all’estero. Aveva
partorito Togro e smarrita la strada maestra. Bela l’aiutò per
quanto le fu possibile ma Togro non rientrava nella sua
disponibilità. Adesso le era diventato uno strumento di tortura
e non voleva vederlo neanche a salutarla.
Anco distratto dal gatto giocoso,
con la sigaretta spenta e l’accendino in mano, si ritrasse dalla
finestra, nauseato. Il tempo di fare mezzo giro verso l’interno
con l’intento d’accendersi la sigaretta, che il ritmo accelerato
del respirare che l’aveva distolto dalla lettura si fece largo
nell’aria della finestra. Anco ritornò ad allungare la vista a
destra ed a sinistra trattenendo a sua volta il respiro. Il
gatto si era addormentato ed ogni fruscio nel terreno non dava
alcun risultato degno del l’attenzione desiderata. Le lucertole
correvano nell’erba, si fermavano, alzavano la testa e dopo
qualche istante riprendevano a correre. Le farfalle bianche con
qualche farfallone variamente colorato, ondeggiavano nell’aria,
si posavano sui fiori confondendosi con i garofani e le
margherite ed andavano persino a gironzolare intorno ai
cetriolini. Terminata la ricerca, assopita la curiosità,
fluttuando leggere oltrepassavano il muro divisorio e sparivano
nella terra incolta, attratte dalle strane voci degli emigrati
dell’appartamento accanto. Venuti per le vacanze si dilettavano
a parlar
4
male dei parenti, bisticciavano
fra loro e raffrontavano quegli amici lasciati nelle nebbie a
dimora con quelli locali, senza lesinare loro qualche sciabolata
tirando in ballo figlie e nuore ma soprattutto degli altri, in
un linguaggio reso bastardo dall’ignoranza e dal tentativo
d’assimilazione per nascondere l’emigrazione
“ Questa società non riesce mai
ad evolversi. Continua a restare chiusa e “ curtiggiari “ per
salvarsi la giornata. Questa gente, ha bisogno d’essere
scolarizzata. L’uomo, oltre alle braccia ha bisogno della
mente. La cultura.è un indicatore dello stato di salute di un
paese. Il cittadino dev’essere in grado d’acquisire la ragione
degli altri. Il lavoro di qualità è un marchio di speranza nel
domani ma se non acquisiamo la capacità d’accettare nella
fratellanza i diversi, gli altri, il mondo cammina a piedi ” si
disse Anco osservando l’edificio scolastico. La voce degli
studenti e dei professori era un richiamo. Restava ad ascoltare
lezioni intere ritrovando nella memoria i giorni di scuola, la
fretta di crescere e d’impossessarsi del domani preparandosi a
combattere per raggiungere la propria autonomia, per essere
libero da ogni condizionamento.
Il villaggio di Anaggio, situato
in faccia al mare, era stato decimato dall’emigrazione e messo,
sotto la minaccia della speculazione. La spiaggia lunga e larga
era un campo di battaglia per i ragazzi del villaggio che non
avevano altro per occupare il proprio tempo, libero dallo
studio. I pescatori praticavano la pesca con la sciabica e dai
villaggi rivieraschi venivano altre barche. A piedi scalzi, con
la “ cunnana “ a tracollo, spalle alla montagna, tiravano
risalendola fino a raggiungere il compagno-raccoglitore e
scendevano per riagganciarsi alla rete e riprendere la fatica,
senza pausa. Il ritorno li induceva a rubare al respiro due
boccate della cicca di sigaretta tenuta a dimora nell’incavo
dell’orecchio di sinistra, per darsi un po’ di conforto e
riprendere con più lena. Il
pescato, non riusciva mai a
gratificare la fatica ma le poche volte che vi riusciva non
superava, comunque mai il livello della sopravvivenza. Invero
non riusciva a sollevarli dalla posizione sacrificale nella
quale si erano ritrovati nascendo a quella latitudine ed a
quella longitudine. Il mare è bello ma non serve a riempire la
pancia. adeguatamente mantenendo i pescatori di Anaggio in
ostaggio. La quantità di pescato non raggiunge mai la misura
adeguata . Ogni giorno la famiglia ha bisogno di mangiare ma
anche d’altro. Gli anni minano senza risparmio, l’esistenza dei
pescatori. Questa condizione, non di rado istigava alla lite.
La fatica e la frustrazione induceva a sfogarsi sulla barca del
vicino. A volte, però qualche furbastro nascondeva la
vigliaccheria e nasceva la guerra. Le marinerie, chiamate nella
caserma dei Carabinieri, s’accordavano sul patto di non
belligeranza La causa era la miseria, le parole gonfiavano la
lingua ma nel petto non avevano nulla che bruciasse. Il
maresciallo conosceva l’andazzo, era una vecchia volpastra e
non infieriva. Sapeva che “ il buon comportamento “ gli avrebbe
portato il pesce migliore che un pescatore non riesce a
mangiare. Ha sulla faccia la dignità da fare rispettare..
La salvezza dell’annata, però
era la tonnara. La pesca del tonno era praticata fin dai tempi
della diceria ed i pescatori di Anaggio e dei borghi marinari
rivieraschi, l’attendevano alla stregua della festa del Santo
patrono. Il Rais per conto del nobile padrone reclutava i
pescatori. La legge del Casato veniva applicata secondo le
condizioni del rispetto portato al Rais escludendo il pescatore
considerato fortunato se veniva imbarcato. In effetti lo era e
nessuno osava presentare al Rais la richiesta di un trattamento
migliore. Ogni pescatore era solito mugugnare con i compagni
credendo di salvare il culo. Una proposta del genere era
ritenuta lesiva della maestà ed il temerario scritto nel libro
nero. I buoni avevano riservato l’imbarco senza mancare un anno,
l’impudente perdeva il lavoro ed era costretto ad emigrare. Il
territorio d’appartenenza si trasformava in un deserto. Messo
al bando dal lavoro in loco, s’arrabbattava per sopravvivere ma
non c’era possibilità e lo spazio si restringeva senza scampo.
La proprietà del Casato si estendeva anche sulla terra ed ogni
Santo giorno era una calunnia che induceva anche un timorato di
Dio, ad un furioso bestemmiare.
Una sera che il cielo era senza
luna ed i pescatori avevano rassettato il mestiere nella barca,
pronti per scendere in acqua ed andare a calare, un nuvolone
nero al pari se non più della pece, pregno
5
d’odore di liscìa, lentamente,
con circospezione cominciò ad accumularsi sull’orizzonte. I
pescatori lo videro scendere con indolenza perniciosa ed
acquattarsi sul villaggio. La paura .rallentò il respiro perfino
degli spiriti nella casa di Meto Minco. La sua bruttezza
indusse ognuno a coprirsi gli occhi ma l’immagine, comunque
circolava nel globo oculare e parecchi furono costretti a
vomitare il digiuno. La minaccia di una tempesta mai vista,
indusse Gico Bolso a sentenziare “ faccia alla montagna “ e
tirata la barca a mezzacpsta ritornò a casa con la ciurma. La
Signora Sleva Patuco, consorte di Gico Bolso aprì lo sportello
della porta per guardare il cielo e meravigliata vi scorse il
marito. Aprì la porta e non ebbe la forza di toglierli dalle
mani la roba. Senza pronunciare una parola, si scostò per
farlo entrare. Aveva sentito nell’aria il volo morboso del
mostro e dallo spavento gridò: “ Mamma! U Santulibranti! “
ritirandosi a sedersi alla conca, riprendendo a testa bassa “
a ripizzari camici e causi pi mmari. “
“ U Signuri, è il padrone e
comanda in ogni luogo ma che non faccia danno agli ammalati.
Meglio che colpisca, se deve assolutamente, una vecchia gallina
che un pollaio che fa uova.” disse Gico Bolso chiudendo la
porta. “ Un pescatore è in balìa del cielo anche con la barca in
secca “ continuò togliendosi il cappotto militare ed
appoggiandoselo sulle spalle. “ Studia, studia Bennu picciottu e
che la fortuna ti assista “ disse ad Anco sedendoglisi accanto,
uscendo la tabacchiera dalla tasca apprestandosi a confezionare
una sigaretta.” Un branco di lupi ha scavalcato il recinto e
s’aggira per mare e per terra. Hanno una gran fame.” disse
rivolto a Sleva senza guardarla. La moglie lo guardò con
apprensione e scansandosi una ciocca di capelli dagli occhi, gli
disse: “ A mala a ccu cci capita. Chi ddiu l’aiuta e a niu non
ci abbannuna. “ Anco con il libro di scuola in mano, seduto
accanto, premeva per ripeterle la poesia a memoria. “ Leggila
nautri cincu voti. Fozza Bennu picciottu “ e posando nella
conchiglia che teneva sulla sedia d’appoggio “ un cocciu di
granuni “ gli diede il via. Anco ripeteva a voce alta la poesia
senza leggere mancando qualche parole ma ritrovandola nel
respiro. Quando la conchiglia raccolse il resto del granturco
stabilito, Anco chiuse il libro, ripetè senza sbagliare la
poesia ai nonni ed andò a letto, salutandoli e ricevendo la loro
benedizione. La mattina dopo di buon’ora e grado, si sarebbe
alzato e l’avrebbe ripassata. La mente fresca l’avrebbe
acquisita e stampata con inchiostro indelebile. Anco amava
studiare ed andava a scuola preparato ma a volte faceva
cilecca, tradito dall’emozione. Quella notte fino all’alba, Anco
inseguì il Santulibranti, con le coperte tirate fin sulla testa.
Ad un certo punto della notte, ebbe la notte sensazione dei
soldati che dal mare salpavano e correvano a concentrarsi sulla
collina. Transitando sulla casa, dagli scarponi lasciavano
cadere una gran quantità di sabbia che Anco ebbe il timore che
potesse restare sepolto. Quando la mattina la nonna lo chiamò
per alzarsi, non gli parve vero d’essere in grado di muoversi e
che il vento bestiale era scomparso. Invero, migliaia e migliaia
di lupi mannari e della peggior risma, con il primo turno di
guardia che smontava, si misero in cammino e lasciarono sul mare
l’inizio della notte, assiepandosi a gruppi di quattro ma non
superiore a sei, nelle chiome dei pini che incontravano,
mettendosi in aspettativa di ordini.. Andando a scuola, Anco
notando una lieve turbolenza sulla collina, per evitare che si
raccogliesse e si gonfiasse di cattiveria o qualcosa di peggio,
estrasse dalla tasca, il coltellino con il manico di
madreperla, che portava immancabilmente in tasca, e la tagliò.
In effetti, gruppuscoli formati da giovani reclute, premevano
per prendersi “ la rivincita. “ Avevano per le mani un
contenzioso da saldare ed in un breve lasso di tempo,
aggravarono la disposizione dei regolari, minando la resistenza
dei pini, piegando i loro rami, fino a toccare terra. I
Veterani, pur indotti a lanciare un grido d’incontinenza,
riducendo la missione ad un acquazzone di passaggio, riportarono
nelle fila i riottosi ed a tappe forzate li condussero sulla
montagna a smaltire la loro esuberanza, senza creare danno,
riservando l’energia per i giorni indicati dal regolare
svolgersi dei concordato. Ma il male, casualmente andava a
colpire, soprattutto i sofferenti, i disarmati, i figli di
nessuno.
La villa Del Pede si estendeva
sulla collina ad oriente di Anaggio e la marchesa Paoletta, vi
risiedeva con la leggerezza della specie ed ad ogni modo il
sito gliene dava appannaggio. La
6
sensazione di galleggiare sul
mare, in mezzo al cielo, le riservava anche la prerogativa di
maneggiare gli uomini a proprio consumo e diletto al pari di un
oggetto. La nobildonna se ne stava in piedi, con gli avambracci
ed i seni che l’età le permetteva di lasciare liberi nella
vestaglietta, appoggiati sull’apposito cuscino sul davanzale
della finestra rivolta al mare. Le mani aperte sulle guance, le
labbra appena socchiuse, assaporava la determinazione che
l’amore le inculcava.
Il Santulibrant, le aveva
cullato il dormiveglia ansioso, “ abbaviannusi “ dai pini
secolari che serpeggiano nel parco della villa, fino al mattino.
Invero a prima sera aveva cavalcato forsennatamente la collina
in ogni direzione, salendo dalla statale. Resi alla sua mercè
con una lotta alacre i Ficus dell’entrata, aveva sparso la sua
follia ovunque, bussando con vigore saraceno alle porte ed alle
finestre, mettendo a dura prova le radici dell’edera e degli
altri rampicanti che imbottiscono ogni quadrato del muro di
cinta. Avvicinandosi la mezzanotte, aveva svolazzato con qualche
batter di coda e poi, all’improvviso si era accucciato nelle
chiole degli alberi e si era ammollato in un piovigginare
salutare per l’arsura che in quel periodo, stava colpendo la
terra. La Marchesa Paoletta Del Pede appena alzata, con gli
occhi pieni, sognante accettò con entusiasmo, la bella
disposizione della mattinata. Nel buon segno, dunque si dispose
nell’attesa della partenza. Il Marchese non aveva voluto
accettare il suo amore col Tenente Baracco ed allora avevano
deciso di fuggire. Il suo dolce e delicato Lito aveva presentato
la richiesta di ferie dicendo d’andare a trovare i genitori e
lei si preparò ad incontrarlo. Il Tenente dei Carabinieri di
stanza alla stazione di Pulasi l’aspettava sul ponte del Merlo e
sarebbero andati alla stazione a prendere il treno delle
undici.Il Tenente Lito Baracco l’aveva sorpresa indifesa ma
colta la sua attenzione, aveva ottenuto un riposo della mente
che leggera s’accompagnava in volo ai passeri ed ai cardelli, ai
merli ed ai gabbiani e perfino alle pecorelle che s’aggiravano
sopra l’orizzonte ad oriente. La Marchesa Paoletta sentiva che
la madre morta con la sua venuta al mondo, la guidava. L’amore
espresso nella sua pittura esposta alle pareti le aveva
accompagnato la crescita ed ora rientrava nei luoghi dell’arte
dell’anima. La partecipazione involontaria del Tenente Lito
Baracco all’inaugurazione della cantina vinicola Marchese Del
Pede,fu l’occasione della loro conoscenza. La produzione e
l’imbottigliamento del vino delle campagne di Anaggio, invero
risultò ai loro palati, forte e delicato da condurli a sognare
al primo annusare. Il Tenente Baracco era stato comandato a
presenziare per conto del Comadamte della stazione, impedito per
motivi familiari. La sua cultura enologica, non aveva alcuna
attinenza anche se quello del padre era un marchio imponente. La
Marchesa Paoletta, praticamente gli concesse, anche se
sbadatamente di prenderla in braccio. Le scale ampie, sobrie,
riposanti, per evitare che perdesse quel momento fatale, le
concesse la possibilità di burlassi per quel tanto che bastasse,
del suo invidiabile, inattaccabile, equilibrio. Il cervelletto,
però le comandò quel movimento che strano, non pericoloso per
farla cadere nelle braccia del Tenentino che stava salendo. Il
Tenente Lito Baracco, all’improvviso si ritrovò con nelle
braccia il corpo della Marchesina Paoletta che lo guardava con
gli occhi spaventati e giuocosi. Il Tenentino l’abbracciò e
s’indusse a trattenerla appoggiandosi col gomito destro
lentamente e delicatamente la schiena di lei, al muro per
stabilizzare il proprio equilibrio messo in forse. Il senno del
poi, fece dir loro che una vibrazione magica avvolse i loro
corpi, le menti ed i cuori che non aspettandosi un tale
avvenimento, rimasero per alcuni minuti, inspiegabilmente
stupiti. Una pausa che ebbe uno spazio infinitesimale, bastante
ad insufflarli dello spirito dell’amore. La serata li accompagnò
per ogni stanza e perfino alla torre dove il giovane Mico teneva
e curava i suoi uccelli. Il Tenente Lito Baracco lasciò villa
Del Pede con gli orecchi ronzanti e la testa vagamente sulle
spalle. Attraversò il salone con l’aspetto di un sonnambulo che
scende in giardino origliando la luce del mattino che avanza
lungo le siepi, si tuffa quel tanto che basta per dar voce ai
pesci della vasca a forma di pozzo cominciato e mai scavato e si
tuffa nel quotidiano movimento e rumore dei residenti. Ogni
bottiglia, bicchiere, pasticcino od altro era andato a letto con
la servitù. Il Marchese, con l’occhio sornione del fantasma
dimenticato della torretta d’avvistaggio, pensò che la figlia
volesse tirare due calci nel giardino per sgranchirsi le
ginocchia dopo una giornata di dolce far nulla e si preparò ad
7
uscire col Caporale che aveva già
preparato il calesse ed agganciato il cavallo. Sul momento, non
ritenne che il Tenente Baracco potesse considerarsi pericoloso e
lasciò che andasse. La Marchesina Paoletta, da quella sera non
perdeva tempo nella vigna, negli ulivi e con Malina. Si
rifugiava in luoghi solitari e lontana da occhi indiscreti a
covare il suo amore per Lito. Il Tenente non vedeva l’ora di
smontare dal servizio e scompariva dalla caserma. I familiari
che non lo sentivano preoccupati chiedevano notizie. Ogni giorno
libero si sobbarcavano chilometri di calesse a visitare i resti
di civiltà antiche, bellezze sconosciute perfino alla Marchesina
Del Pede, Il Caporale Geso comandato dal Marchese a sorvegliare
la figlia che non commettesse qualche errore, aveva il suo ben
da fare e molte volte ne rimase fuori. Le occasioni per sfogare
il suo istinto bestiale non poteva e non voleva decapitarle e
stare a guardare con le mani in mano i pruriti della Marchesina.
Dovere e Fedeltà era il suo motto ma non poteva offendersi fino
a questo punto. Ad ogni modo non era lui a tradire il padrone.
Quando il Marchese venne a conoscenza che la figlia era in stato
interessante ed aveva organizzato la fuga col suo Tenentino,
prese le misure adeguate. Invero la Marchesa Paoletta lo aveva
informato che amava il Tenente Lito Baracco e che aveva
interesse a sposarlo. Ma il marchese dicendole con fermezza che
non era da pensarci, che era destinata ad altro del suo rango,
non pensò a quell’incognita. La Marchesa Paoletta, inghiottì
amaro alla risposta del padre ma abbassò la testa ed in silenzio
si rifugiò nel silenzio coatto. La stanza della Candelora,
l’accolse per molte ore al giorno ed a volte nel cuore della
notte. Si rifiutò di scendere per pranzo e per cena ma non si
nascondeva al suo amore. Ogni volta che si lasciavano
ritornavano alle rispettive dimore con il timore di non
rivedersi. La Marchesina Paoletta ritornò al padre sedendo a
tavola, cercando un altro modo, meno diretto per riprendere
l’argomento chiuso bruscamente tempo addietro. Ma non riuscì a
cambiare il diniego del padre, neanche a piegarlo quel tanto per
indurlo con le dovute maniere a carpirgli un momento di
debolezza. L’una non era da meno dell’uno. L’uno e l’altra eran
due gocce d’acqua. L’una perseguiva il suo amore e l’altro il
suo scopo. Il Marchese confidava nell’occhio vigile del Caporale
Geso. La Marchesa Paoletta, resasi conto che il padre non
avrebbe ceduto e che allo stato delle cose non aveva altra
scelta che quella della fuga, confidò il suo piano al compagno.
L’amava in un modo che non riusciva a rendersene conto. Il
pensiero di non poterlo averlo nelle sue braccia, di baciarlo,
giuocare, ridere e fare l’amore le toglieva il fiato. Allora
organizzarono la fuga. Quella mattina, respirata a pieni polmoni
l’aria rinfrescata dell’acquazzone notturno, con gli artigli
pronti a scattare ma con il coraggio e la forza dell’amore,
preparò ogni cosa con Malina e l’aiuto di Sparino con l’ordine
di non parlare ed a bordo del calesse, senza fretta s’allontanò
dalla villa. La Marchesa Paoletta arrivò all’appuntamento al
ponte del merlo in anticipo ed a marcia indietro tolse il
calesse dalla strada, mettendolo col cavallo a mangiare nella
stradina laterale. Non mancava, comunque molto all’ora
dell’appuntamento e scese da cassetta ed all’impiedi osservò con
l’occhio vigile la strada di probabile arrivo del Tenente.
L’aria fraschetta, però ben presto la infastidì costringendola a
risalire a cassetta e rimettersi in strada. A piccolo trotto,
attraversò il ponte, imboccò la deviazione verso sinistra che
conduceva alla Tenenza dei Carabinieri e poi ritornò al punto
di partenza. Voleva evitare di stare ferma e di non dare troppo
nell’occhio. Quando il tempo, però trascorse lasciandola a
prender freddo, si preoccupò. Addirittura riuscì ad incolparsi
del mancato incontro per non essersi fatta trovare all’angolo
stabilito. Il ponte, però non era lungo che circa venticinque
metri e non c’era persona o calesse che potesse rendersi
invisibile. L’avrebbe scorta perfino chi non vede per via della
fragranza che emanava il suo corpo. Allora saltò a cassetta e
con la preoccupazione al massimo della misura, intonò l’inno di
marcia e partì all’assalto del Comando della stazione. Il
piantone non le permise l’ingresso. Aveva ordini tassativi, però
alle sue domande molto e se non oltre alla nevrosi, si lasciò
sfuggire che il Tenente Baracco era partito in missione. Aveva
lasciato la stazione quella notte. La Marchesa Paoletta Del
Pede, per un momento perse la vista ma resistette al momento di
sbandamento e riprese il controllo.La resistenza, però
cominciava a vacillare e mettendo il piede sul predellino per
salire a cassetta
8
scivolò mettendo in apprensione
il piantone che pur non potendo muoverso corse a sorreggerla. La
corsa alla stazione ferroviaria fu impietosa. Il cavallo rischiò
di scivolare ed il calesse deragliare contro il muro che
delimitava gli orti e battere contro le case. Imboccava le curve
in modo irruento, pazzesco. La stazione ferroviaria di Pulasi
era deserta ed entrò arrivando fino ai binari fermando il
cavallo a stento, sfiancato che sbavava e nitriva spaventato.
L’accorrere del Capo Stazione, manovali e manovratori non riuscì
a calmare la sua ira. La Marchesa Paoletta Del Pede al pari di
una forsennata gridava il nome del Tenente, chiamava il suo
amore scomparso, senza darsi pace. Ad un tratto, però sentì
pungersi la lingua e cadde perdendo la conoscenza. Un po’
d’acqua e zucchero la riportarono al suo dolore. La Marchesina
riprese le forze, però ritornò a gridare il nome del Tenente
Lito Baracco. Ad un tratto il cavallo, non sopportando più il
peso del calesse, scivolò nei binari rantolando. La Marchesa si
sentì perduta, allarmata guardò il cavallo negli occhi e capì
che aveva bisogno di ripos. Ordinò che qualcuno lo liberasse,
gli slacciasse il calesse. Umo dopo alcuni minuti, riprese il
respiro, riacquistò la freschezza e si mise sulle zampe
nitrendo, andando a mangiar qualcosa nel prato sopra la
stazione.
Il treno con a bordo l’amore era
scomparso quella notte. Aveva imboccato la lunga e tetra
galleria della “ Scarfegna “ dileguandosi. I passeracei che
avevano colonizzato i pini della stazione di Pulasi, piegati dal
vento di ponente, in silenzio le corsero all’orecchio “
ciuciuliannuli “ che il suo amore era stato trasferito in
località sconosciuta, nottetempo con un treno speciale. Il
Marchese si era cautelato. La vela latina che la mattina aveva
visto navigare sul mare allegra e birichina, era un’imitazione.
Lo studente universitario Coda Maso beava le colleghe di facoltà
con le canzoni dei cantanti di successo del momento al pari di
uno scacciapensieri. La loro bellezza, femminilità muliebre gli
riempiva gli occhi e lo lasciavano indifferente. La Marchesa
Paoletta Del Pede, invero non reputò fosse il caso di
prenderla in considerazione quella notte e se ne dimenticò ma
quando sentì l’alito del Santulibranti farsi sempre più
pesante, comprese ch’era stata leggera ed averlo preso a
prenderlo sottogamba, un grave errore. Aveva avuto la
sensazione profonda che fosse entrato, che “ ntrasatta “e si
fosse intrufolato nel suo letto.La Marchesa Del Pede,
al’improvviso rientrò nella sua stanza. S’accorse della
finestra e repentinamente si rese conto del male. Allora
’avvicinò al grande specchio a misura intera e mandò fuori fino
alle radici, la lingua. La stanza da bagno le dava sicurezza e
con scrupolosità, esaminò ogni papilla e più volte cercò con le
unghia di asportare qualcosa che non era identificabile e lavò
con l’acqua, abbondantemente e sputò l’umor acqueo del fiato,
fin quasi a vomitarsi addosso. Il Santulibranti, però era
entrato, aveva occupato ogni angolo, ogni metro quadrato di
pavimento, pareti, tetto e perfino gli infissi di porte e
finestre. A farla breve, le era saltata addosso ed avvoltola
in una spirale sinuosa, ammaliante, l’aveva sconvolta fin
sotto i calcagni. La Marchesa Paoletta senza accorgersene,
precipitò nella grotta marina di Bofante, situata nell’estremo
lembo del territorio di Anaggio, residenza e covo di murene
giganti ed invero domicilio del plesso operativo dei
sommozzatori del Carabinieri, sulla spiaggetta a mezzaluna, di
granelli di sabbia bianca, che l’accompagna. La mattina si era
presentata sotto mentite spoglie ma la Marchesina Paoletta non
volle dichiarare d’aver perso la speranza che il suo bel
Tenentino potesse presentarsi. Allora perse ogni ritegno di se
stessa e del Casato.La sensazione dolorosa della perdita, la
sconvolse. Apriva la bocca per scagliare per ogni dove
maleparole, inudibili per un uomo, innominabili per una donna e
per di più di nobile Casato, “ vastaserie “ che non erano
ammesse neanche nelle case d’appuntamento. La stazione di “
Pulasi “ fu preda della Marchesa Paoletta che afferrata la
paletta dalle mani del manovale – manovratore, intimò al
Capostazione l’arresto ed il ritorno indietro di quel treno
speciale, apparso e scomparso nella nottata. L’arrivo del
Comandante della stazione dei Carabinieri nella quale era di
stanza il Tenente Baracco, coadiuvato dal battaglione che si era
portato al seguito, equipaggiato con armi, addirittura
antisommossa, alterò ancora di più, la mente della Marchesa
Paoletta. L’arrembaggio tentato dai militari per ricondurre alla
ragione la Marchesa Paoletta del Pede, sortì un effetto
deleterio. anziché ricondurla nei confini naturali, riuscì ad
aggravare la sua condizione. “ Voglio Lito, voglio Lito,
restituitemi il mio
9
amore.” gridava loro sputandogli
in faccia otri di oscenità. “ Il Tenente Lito Baracco, non può
essere scomparso. “ continuava alla stessa stregua, senza darsi
pace. “ L’avete trasferito per farmi del male. Dovete
riportarmelo indietro “ gridava loro, appesantendo se
possibile, il colorito delle parole. La Marchesa Paoletta del
Pede, con la paletta in mano era instancabile, intrattabile e
scagliandosi or contro l’uno or contro l’altro, senza badare
alle armi spianate, gridava: “ Ladri, ladri: M’avete rubato
Lito. Voglio Lito. Ridatemi Lito. “ L’intervento di Padre
Geloro, sacerdote-esorcista, accorso su pressante comando del
Vescovo, invero riuscì a ricondurre alla calma la giovane
Paoletta. Il suo carisma, la veste sacerdotale richiamarono
l’attenzione della Marchesina, impedendole di vedere, l’avanzare
alle sue spalle del plotone dei Carabinieri che a meno di un
metro di distanza, sferrarono l’attacco ed arrestarono la sua
forza. Il Medico di famiglia, con un sedativo la rese innocua ed
a bordo della camionetta del Comandante dei Carabinieri la
condussero in villa. Il Medico di famiglia rimase ad assisterla
ma nulla potette fare per fermare l’aborto al quale andò
incontro la Marchesina. Le settimane di degenza della Marchesa
Paoletta Del Pede, erano cosparse di salti e tuffi,
d’attorcigliamento e grida inconsulte. Il Marchese si era
mantenuto lontano e continuava a restarsene nascosto dalla
tenda. Malina le faceva da madre ed infermiera e non si staccava
dal letto, tenendola sotto osservazione ventiquattro ore, notte
e giorno senza interruzione. La ragazza pur con gli occhi chiusi
vagava nella notte trasformando il letto in una piazza d’armi.
Svuotava i materassi in una forsennata ricerca d’occupazione. A
pugni chiusi lottava con l’aria e gridava con voce scura, dura,
cavernosa e piangeva tanto che Malina quando arrivava il dottore
Gnalino, andando a ridarsi un po’ di rassetto nella sua stanza,
gli diceva: “ Ha rasentato la pazzia “ con un filo di voce che
le pareva una bestemmia. Il Dottore Gnalino aveva molta
pazienza ma non riusciva più a continuare. Il Marchese era
incancrenito nel suo potere e nell’indifferenza verso la figlia.
Il desiderio del figlio maschio non avuto e sperato fino alla
nascita di Paoletta, gli era rimasto nel gozzo al pari di una
cancrena. Quella bambina non l’aveva accettata e la morte della
moglie aveva aggravato il rifiuto. Il Dr. Gnalino voleva credere
e tentava di toglierle i sedativi pe ridarle una possibilità di
autosufficienza ma non riusciva ad arrivare alla porta della
stanza che la bestia famelica gli saltava sulle spalle. La
Marchesina si trasformava in un lupo mannaro e lui non aveva
l’energia dei vent’anni. La fatica di rimetterla a letto e la
paura di perdersi in un infarto, lo indusse a rimettere
l’incarico. Impose al padre, invero d’assumersi le sue
responsabilità. Gli consigliò, però di renderla libera
allentandole ogni vincolo, giorno dopo giorno. Quella ragazza
aveva bisogno che il legame esistente le venisse allentato. “ La
cura ha bisogno di tempo ed io non ce la faccio “ fisse al
padre. “ Ha bisogno che le badi un uomo robusto, forte ed in
caso estremo, di necessità, che le faccia bere, senza farsene
accorgere, “ 25 gocce di questo farmaco“ ed anche più, in un
po’ d’acqua, “ concluse e consegnandogli una boccettina,
scomparve Geso fu incaricato della guardia notturna e Malina
gli subentrava di giorno in un susseguirsi di mesi che
oltrepassarono l’anno senza però raggiungere il secondo. Ogni
mattina Geso usciva dalla stanza col sorriso sulle labbra. La
Marchesa Paoletta, dormiva soddisfatta ma quando lasciò la
stanza, aveva accumulato negli occhi una luce malversa che
riusciva perfino ad impaurire i cani di Geso. La Marchesa
Paoletta del Pede, dalla bambina innocente, timida e timorata,
si era trasformata in una belva famelica. Aveva ingaggiato una
gara col Padre. Il premio, invero eran pescatori e contadini. I
contadini, stanziali sulle sue terre, erano considerati di
proprietà, dunque non avevano scampo. I pescatori si
consideravano più liberi, non sottomettibile alla volontà del
pur “ nobile Casato “ ma comunque, anche se con qualche
difficoltà mangiabili. La Marchesina Paoletta, andò per campi e
spiaggia nelle ore più impensate sollevando dal riposo i giovani
maschi ed a volte anche qualche adulto stagionato, senza farsi
alcuno scrupolo. Il “ Male “ non le dava scampo, le ardeva nel
ventre e nella testa con tale urgenza che il tempo perdeva ogni
spazio. La febbre della passione le saltava per ogni poro e le
toglieva l’equilibrio. La bestia non le concedeva alcun ritegno
e l’uomo che si era trovato casualmente sulla sua strada, aveva
l’obbligo di saziarla anche con le mani e con i piedi. Le
10
caviglie chiuse nei pantaloni
spingeva coi calcagni scavando la terra anziché zapparla con la
vanga. Quando l’aveva reso un mollusco lo abbandonava con uno
schiaffo e gli mandava il caporale a richiamarlo perchè
sfaticato, sbracato per terra. La stagione della vendemmia e
per la raccolta delle olive, il Marchese Filo Del Pede, dava
disposizione al Caporale d’ingaggiare a giornata, anche giovani
pescatori. Il posto in barca era una necessità ma i padroncini
lavoravano in famiglia ed a volte mandano a giornata i figli. Il
mare non guarda in faccia nessuno ed il più delle volte è
cattivo. I pescatori dipendono dalla sua volontà, lo conoscono e
gli portano rispetto. Il Marchese del Pede oltre ai coloni aveva
delle donne fidate che all’occorrenza faceva chiamare. I giovani
che avevano perso l’imbarco accompagnavano le madri nei campi e
si affidavano alla bontà del Signore. Ogni sera prima d’uscire
dalle terre, erano sottoposte all’ispezione del Caporale. Le
mani “ du Camperi “ indugiavano sui loro corpi. Il bastardo ne
approfittava vergognosamente. Il cane armato, scostava e
scrutava ogni piega della donna, celibe o sposata, umiliandole.
La necessità di mantenersi il lavoro, costringeva ogni donna, a
sopportare in silenzio. Allora per vendicarsi e darsi almeno un
po’ di conforto, escogitarono di compensarsi. Secondo quello che
i mariti facevano andando per mare, avevano stabilito dei
segnali. La latitudine e la longitudine del luogo nel quale
avevano scavato la loro buca. Il terzo palo della ferrovia,
l’albero di noci, la fontana ed all’insaputa del Caporale,
sottraevano una manciata del raccolto per casa. Nascosto nella
buca a loro riconoscibile, sfuggiva al controllo. Quel tanto o
poco che riuscivano a sottrarre all’occhio torvo, al naso peloso
del Caporale era un guadagno, il compenso ai suoi maneggiamenti.
I ragazzi aspettavano il calar delle tenebre e sfidando con
giocosità il Caporale, prelevavano il bottino dalla buca e lo
portavano alle loro mamme. I ragazzi nella loro incoscienza
trattavano la cosa al pari di un giuoco, ma non era una
passeggiata. Il cane bastardo, aveva la capacità che
all’improvviso, sbucava da un filare o dal tronco di un albero
e balzargli sulle spalle con la brutalità che i cani stessi,
non riuscivano ad estrarre. Il Caporale con il cane al piede ed
il fucile in spalla con la cartuccia in canna, lasciava il covo
e scivolava lungo i filari, sotto gli alberi. I ragazzi di
guardia, accucciati per terra erano lesti ad avvertire del
pericolo ma a volte per strafottenza o per goliardia, non
facevano in tempo e la fuga si trasformava in una lotta
all’ultimo passo. Quando stavano in guardia senza giuocare, al
minimo rumore od allo scorgere di lucciole in avvicinamento,
col sospetto, avvertivano i coetanei. La fuga verso il
sottopassaggio era più rischiosa ma vicina a casa. A volte
qualcuno restava impigliato nei rovi sistemati ad arco ed il
passaggio diventava tragico, restando preda delle fauci del
cane. Ma senza sopraffare dalla paura, con lacci e pezze di
juta, riuscivano ad immobilizzare ed ammutolire l’animale prima
che arrivasse il Caporale, lasciandogli da scaricare la
cattiveria nei rovi e liberare il cane dal cunicolo nei rovi,
nel quale era stato ingabbiato. I ragazzi oltrepassata la
ferrovia, sacco in spalla ritornavano al villaggio. Sulla pista,
alla luce della lampadina della strada, dividevano la
refurtiva.. Le mamme con l’ansia nelle mani, li attendevano al
buio, dietro la porta socchiusa sobbalzando al passaggio del
gatto, al colpo di vento, al minimo rumore che scoppiava nella
notte silenziosa. Andavano a letto , col cuore che le sobbalzava
nel petto dalla pura che potessero cadere nelle mani “
scomunicate. “ Giuravano a se stesse che avrebbero evitato di
coinvolgere i figli ma l’arroganza ed i sorprusi quotidiani non
lasciavano loro altra scelta. Il Caporale Geso, protetto
dall’arroganza del Casato, chiuso nel vestito di fustagno e la
coppola in testa, secerneva veleno ad ogni passo. Vantava sulle
donne un diritto padronale e se ne vantava provocando mariti e
figli, credendosi intoccabile. Un pomeriggio, messa a riposo
l’estate, con lo scirocco che circolava sulle strade e
s’affacciava alle porte ed alle finestre con irruenza,
calpestando l’aria e percuotendo il silenzio, il Caporale Geso,
impegnato in una battuta di caccia,si era fermato nei pressi di
una sorgente d’acqua per mangiare e riposare quando
all’improvviso, dall’alto della montagnola, scivolò alle sue
spalle l’unica grossa pietra che vi sostava ed una gran quantità
di sabbia. La villa Del Pede,attese il suo ritorno ma non perse
il respiro. La grossa pietra e la cospicua quantità di sabbia
gli avevano tolto il cappello di fustagno colpendolo alla testa.
Il resto del vestito che lo
11
copriva era rimasto sano ed in
attività. Il cane fidato, però si era sottratto alla sua
autorità e tentando di spolpargli la mano sinistra gli aveva
ridato la cattiveria, svegliandolo e riportandolo sulla
difensiva. Il cane Braco, con pazienza certosina, aveva
effettuato il processo di macellazione in loco, e comunque non
era riuscito che a sottrargli, soltanto il dito mignolo con
l’anello che lo autorizzava ad avvalersi dei privilegi del
Casato. Il Caporale Geso, riuscì a guadagnare la strada del
ritorno e continuò, comunque a nutrirsi della sua arroganza. La
cattiveria lo guidava in ogni assalto. Ordiva con scrupolosità
e senza alcuna pietà, la sua vergognosa attività su spose e
figlie escludendo la capacità di girare il capo Il colpo
infertogli, non gl’insegnò nulla. Non adoperò nemmeno una
frazione di tempo, seppur infinitesimale, d’esprimere al
cervello, la volontà di voltarsi. L’avvertimento che gli fu
lanciato lo recepì all’incontrario. Una forza più arcigna
l’accompagnò, pur tuttavia togliendogli la velocità necessaria
a ruotare la schiena al momento giusto. riuscendo, però a non
cadere per terra con la faccia in aria e le pupille stravolte,
senza una briciola di vista. Messo a morte Braco dopo averlo
evirato, lo diede in preda ai maiali neri che vi pascolavano in
abbondanza in quelle terre. I cani al suo apparire nel Casato,
dopo averlo annusato, impauriti, con la coda tra le gambe, si
dispersero per la campagna annusando, cercando Braco ma a sera,
stanchi e trafelati tornarono a spartirsi il pasto che il
padrone concedeva loro. “ I cani debbono mangiare poco,
altrimenti si mettono in pantofole ed a fare il guardiano
rimango da solo “ soleva dire a “ Giasuzzu “ l’anziano colono di
fondo “Camerru “ che non condivideva quell’accanimento con gli
animali ma soprattutto odiava il suo comportamento morale. Ogni
volta che s’incontravano la vecchia ruggine faceva capolino ed
il Caporale Geso pensava bene di darsela a gambe. Il colono era
un gigante e non temeva in alcun modo le sue armi ed i suoi cani
che seppure incattiviti sapevano riconoscere la differenza del
capo branco con le mani e di quello che ha bisogno delle armi
Giasuzzu aveva la forza di un gigante ma era buono d’animo e non
riusciva, pur costringendosi, a far del male e ne aveva ogni
diritto e ragione. Il Caporale Geso aveva creduto di potere
approfittare dell’innocenza della figlia di Giasuzzu. La
ragazzina febbricitante non era andata nei campi. Rimasta a casa
era uscita per dare da mangiare alle galline quando
all’improvviso, Geso, le si parò davanti. Geso, aperto il
cancello, ordinò ai cani di ritornare alla villa. Chiamando
Giasuzzu percorse il vialetto, girò intorno alla casa e quando
scorse Gialìa, accelerò il passo sorridendo, pregustando
l’incontro. Le chiese dei familiari ed un bicchiere di vino. “
Sono tutti al lavoro. Vado alla botte “ gli disse Gialìa con un
lieve sorriso. Il Caporale la seguì nella stanza delle botti e
toltole il bicchiere di mano, lo mise “ sutta u cannolu “ per
riempirlo. Gialìa si piegò sul bacino e gli aprì il rubinetto
attenta a chiudere appena si fosse riempito. Geso notò il petto
pieno della ragazzina ed alzò la mano sfiorandoglielo,
accarezzandole il mento. Gialìa al tocco ebbe un lieve sussulto
e gli lanciò in tralice, un’occhiata interrogativa, ritornando
subito al bicchiere. Geso non ebbe scrupolo e le allungò la
mano sotto la veste. Gialìa tremando ebbe la forza di girare la
chiave e chiudere il rubinetto della botte del vino e tentò di
sottrarsi, mortificata da quella zampa schifosa. Geso bevve
d’un fiato il bicchiere di vino trattenendola senza alcuna
fatica. Buttato il bicchiere per terra le estrasse i seni liberi
d’ogni orpello, tirandole al collo la maglietta ed
attaccandovisi con la bocca. “ Gialìa. “ chiamò la voce di
Giasuzzu. Geso si smarrì e Gialìa vi si sottrasse dalle sue
mani, correndo fuori, sbattendo contro i pantaloni del padre
ch’era venuto a vedere e prendere una fiasca di vino. Giasuzzu,
vide Gialìa sconvolta e pensò alla febbre ma appena scorse Geso
non ebbe alcuna indecisione. Conosceva le gesta di Geso ma non
avrebbe mai creduto che avesse attentato alla verginità di sua
figlia e senza ascoltare neanche una parola, lo afferrò per il
collo e lo buttò con tutta la forza che riuscì a trovare, oltre
il cortile, nella scarpata sparandogli col suo fucile da caccia
e tirandoglielo dietro. Geso, si meritava d’essere impiccato al
“ ruvulu “ più grande e nessuno di sicuro, ne avrebbe avuto
rammarico. Il cane Braco, gli era il più fidato, l’unico a
dimostrargli attaccamento. L’aveva seguito nelle guardie fino a
giorno sopportando le sue angherie senza mai mostrargli il pur
minimo dissenso. Devoto, gli esprimeva il suo amore
12
leccandogli le mani e preso
dall’euforia, finiva per pisciarsi. La Marchesa Paoletta Del
Pede,della sua mancanza non se n’era neanche accorta ma con gli
anni cercò il suo aiuto per darsi un contegno. In effetti dopo
la morte del padre, Geso era rimasto, il solo a sovrintendere
alle terre, al dare ed avere. La Marchesa Paoletta Del Pede,
dunque lo volle accanto nella cura dei suoi interessi, sperando
di riuscire a riacquistare la serenità giudizio. Geso, invero
non aveva rispetto di nulla. La dipartita del Marchese aveva
lasciato un verme velenoso nelle mura di casa. Il male che aveva
seminato veniva raccolto dalla figlia. Servire la padrona non
comporta escludere un rapporto di piacere. La padrona è una
donna, conosciuta, approfittata anche se incosciamente, alla
stregua di ragazze, madri delle quali se ne faceva una
bandiera. La sopraffazione, gli abusi, lo affrancavano, gli
rendevano, in silenzio l’onorabilità del Giudice. Geso
esercitava la legge delle terre, praticava la filosofia del
ricatto. La gente lavora per sopravvivere, Geso non che un
bisogno e ne approfittava.
La Marchesa Paoletta Del Pede, ad
ogni modo era molto lontana con la mente S’aggirava per campi e
spiaggia, per la statale alla ricerca dei frutti afrodisiaci che
l’ossessionavano senza lasciarle un secondo di libera, normale,
sana consapevolezza della condizione umana. Il cane che
l’accompagnava non le era da meno. La differenza con Geso era
che lei potesse esserne inconsapevole e conscio di questo ne usò
il destro arrivando a mangiarne fino a scorticarle la bocca ed
anche la lingua, costringendola addirittura a rintanarsi nel
letto
Alla dipartita del genitore,
rimasta sola, Crata, cugina di linea materna, la invitò a
trasferirsi nella sua villa. Crata, figlia dell’unica sorella
della madre, era andata in sposa ad un armatore e risiedeva a
Punta Liba. Crata era rientrata nella casa paterna, per dare
alla luce il secondo genito che nacque in concomitanza con il
decesso del Marchese Del Pede. I rapporti con la cugina non
erano stati idilliaci ma Crata sentì il dovere d’invitarla nella
casa del Padre. La partenza avrebbe riportato le cose nella sua
dimensione e la parentela non avrebbe avuto nulla da ridire.
Punta Liba richiedeva l’attraversamento di terre e mari e
nessuno ed a maggior ragione Paoletta, l’avrebbe tediata con la
sua presenza. La Marchesa Paoletta, ebbe un barlume di lucidità
ed andò a trovarla facendo una sporadica apparizione in villa.
Giusto il tempo di tenere in braccio quel coniglietto, per
qualche istante e dare alla cugina la soddisfazione per la
parentela e ritornò alle sue scorrerie. La presenza, al
battezzo del bambino, era una pretesa che andava oltre la sua
disponibilità ma non riuscì ad esimersi. La sorella Fesca,
rimasta per l’occasione, se ne fece carico senza lasciarsi
traviare dalle testate sulle ginocchia della sorella. Venuta
dai mari orientali per la morte del padre, non poteva tradire
l’aspettativa della cugina. La Marchesa Paoletta , invero
concordò con la sorella, un tempo indispensabile ed acconsentì
a presenziarvi.. Passata la festa, partita la sorella, però
chiuse col parentado rimanendo con arroganza, rinchiusa nella
villa. La morte del padre, comunque la costrinse ad uscire dal
suo nascondiglio ed interessarsi dell’amministrazione delle
proprietà. Il podere, si estendeva dalla collina fin quasi sulla
spiaggia ed i coloni la reclamavano. Mese dopo mese, sembrava
prendesse possesso del suo corpo e delle sue facoltà. A volte,
quando il male la sopraffaceva, s’affacciava nei pantaloni di
Geso e vi cadeva ma il suo odore la nauseava e vomitava. Quando
sapeva di prurito, ch’era leggero si faceva scudo in un modo o
nell’altro e riusciva a tenerlo a bada. Le rare volte che il
male la soverchiava, correva nel campo, di spalla alla villa da
Sparino. Il contadino di casa che coltivava le verdure per il
consumo della villa e personale. La Marchesa Paoletta, invero
l’aveva eletto suo consulente privato, allenatore personale.
Sparino, senza parlare, con la fatica nelle braccia, lasciava
la zappa ed entrava nel capanno mettendosi a sua disposizione.
Sparino era giovane, vedeva quel tanto per non essere annoverato
nella categoria dei ciechi e la Marchesa Paoletta gli risultava
una medicina benedetta. Sparino lavorava la terra fin dalla
nascita, col padre. La madre era morta mettendolo al mondo ed
era cresciuto attaccato al lembo della giacca o della camicia o
del pantalone del padre fino a che non si rese stabile sulle
gambe. Imparò a lavorare la terra ma non a parlare pur se era in
grado. Il suo nome, quello del padre e quello che ascoltava lo
ripeteva la sera in faccia al mare. Malina, la donna della
villa, lo sapeva
13
conoscendolo fin danna nascita.
Qualche volta gli aveva parlato della grande gebbia azzurra in
fondo. Il tempo, però che il padre andasse a raccogliere le
verdure. Malina temeva Gallono e cercava in ogni modo di stargli
alla larga. Una mattina ch’era andata a ritirare la verdura, gli
aveva fatto male fin nella pancia che quasi le spaccava le cosce
e non contento, gli si addormentò di sopra, al pari di una
montagna. Confusa, spaventata, con la vergogna in ogni piega,
gridò, pianse, supplicò che si togliesse ma restò
inascoltata.L’accorrere di Sparino la sollevò dal padre che il
respiro le veniva meno. Gallono, qualche minuto dopo, però smise
di respirare. Rimasto secco, comunque le aveva lasciato in
grembo un risultato, invero Varino. La Marchesa Paoletta,
acquietatesi, gli metteva in mano una caramellino alla menta e
con l’aria d’aver fatto una passeggiava si ritirava nelle sue
stanze.
L’ultimo inverno era stato
pesante ed anche il cavallino a dondolo dell’nfanzia, situato
nell’angolo accanto alla finestra, le si era rivoltanto contro,
mettendo a soqquadro, la stanza e l’armadio. I campi erano un
acquitrino ed i contadini rintanati nel magazzino o nella
stalla, giocavano a carte e bevevano. Il Caporale Geso, col cane
al piede ed il fucile in spalla, fumava, ascoltava e guardava la
finestra con le ante aperte della Marchesina, al riparo del suo
“ paracco “ sotto l’albero di noci. Quando la sigaretta
diventava una cicca striminzita, da tenerla con le punte delle
unghia, la tirava sul muso del cane che gli veniva a tiro. Il
cane, contento della sua attenzione, gli saltava sulle gambe,
spingendolo fin quasi a fargli cadere l’ombrello dalla spalla ma
non gli pisciava sugli scarponi, alla stregua di Braco. Geso
per scrollarsi le scarpe dall’urina e ristabilire le distanze,
gli mollava un calcio riuscendo solo, a sfiorargli la coda e
s’avviava al deposito. La Marchesina Paoletta era la sua
ignominia. Quella femmina era diventata la forbice della sua
mascolinità e non aspettava che lo chiamasse a tagliarle le
unghia. Geso, per quell’odore di orte che si portava dietro,
era escluso dalla sua tavola ma la teneva sotto controllo, la
seguiva e la serviva speranzoso. La Marchesina Paoletta Del Pede,
era andata sulla spiaggia. I pescatori si nascondono stando
appoggiati alle murate delle barche. Qualche mese prima, andando
per mare, un colpo di coda l’aveva, quasi atterrata.. Il suo
richiamo fu talmente potente che incenerì il residuo ricordo del
Tenente Baracco. La Marchesa Paoletta, aveva scorto in mezzo a
loro uno strano esemplare di pesce che vestito con quadri
sgargianti le disegnava una vela sulle acque calme del golfo.
Sentì di poter recuperare la sua dignità di donna, riconoscendo
l’amore perduto, scomparso nelle nebbie., col Tenente Baracco.
La sigaretta stretta tra i denti correva da un pescatore
all’altro, scherzando, saltando al pari di un saltimbanco. I
suoi modi erano sciolti, allegri, intraprendenti. Quel giovane
uomo, invero era apparso per darle una speranza, un’altra
possibilità di vestizione . Una dinamica soggiogante le affluiva
nel sangue e le faceva scorgere un orizzonte che andava oltre il
suo potere. Restò a guardarlo da lontano, lo studiava per
avvicinarlo e quando lasciò le barche ed i compagni, lo seguì
ma non fece in tempo a fermarlo che inforcata la bicicletta
lasciata a mezzacosta, quel pesce rosso, s’allontanò veloce
confondendosi nelle case, per le strade del villaggio. Nei
giorni successivi, lo cercò per mare ed anche per la statale,
sostando al bivio di destra che a quello di sinistra del
villaggio tentando d’intercettarlo, senza alcun esito. I
pescatori l’avevano edotta sulle sue sembianze, la sua prestanza
fisica concludendo che forse, poteva essere Calfio Sette ma non
era un pescatore o meglio per meno di un quarto ed un po’ di più
pescivendolo anche se non era possibile inquadrarlo in questa
categoria per il fatto che ogni tanto, quando restava a corto di
denaro, caricava sulla bicicletta un paio di cassette di sauri,
sarduzza, anciovi ed andava a venderli per le campagne. La
definizione di Calfio Sette, per non sbagliare ed inquadrarlo
con esatta dicitura, era “ giuocatore di carte “ Ma quale che
fosse la sua occupazione, la Marchesa Paoletta Del Pede, non
riusciva a pescarlo, le passava lontano e non riusciva ad
avvicinarlo. Calfio Sette, dunque stava limitando le scorribande
della Marchesa, nel territorio del villaggio. .Il sole era alto
nel cielo e la Marchesa Paoletta Del Pede vagava lungo la
statale quando da una curva spuntò Calfio Sette a bordo della
sua bicicletta. Colpita dalla sua improvvisa comparsa, non trovò
le gambe e lo vide
14
sfilare sotto
gli occhi, impotente Rimessasi dalla sorpresa, corse a
perdifiato nella strada chiamandolo “ Sette, Sette, Calfio,
Calfio “ intimandogli di fermarsi. Calfio Sette voltò il
capo una, forse due volte ma continuò ad andare senza
fermarsi. La Marchesa Paoletta Del Pede, interruppe la corsa
e smise di chiamarlo pensando che doveva acchiapparlo.Se
l’avesse preso, l’avrebbe legato senza tema, agli anelli del
muro della lunetta d’ingresso della villa, frustato col suo
scudiscio fino a renderlo mite al pari del Bove di Giasuzzu.
Quel “ Cefalo “ aveva osato non ascoltarla e magari,
mandata a farsi benedire. Se l’avesse avuto fra le mani gli
avrebbe insegnato a sapersi comportare. Ogni metodo è buono
quando riesce a produrre frutti succosi e lei ne aveva
bisogno una grande cesta per rifarsi la bocca. Aveva
l’urgenza di attrarlo nella villa, farsi cedere il tempo e
convincerlo che il suo amore era talmente potente da
impedirle di sentire il più fievole richiamo delle amanti.
Calfio Sette doveva saltare sulla sua bicicletta e condurla
fin oltre la montagna. Calfio Sette, a questo punto le era
destinato e nel caso cercarse di rifiutarla, l’avrebbe
tenuto appesa al merlo cantatore della torre, all’acqua ed
al vento e senza cibo fino a quando non si fosse reso conto
che la prescelta fosse lei, La Marchesa Paoletta Del Pede.
Questa volta non voleva e non poteva perdere la luna. L’ora
buona era ritornata e non poteva permettersi di smarrirsi
ancora una volta. La notte si svegliava gridando “ fermati,
fermati. “ Attaccata con le mani al portabagagli della
bicicletta con l’odore del pesce nelle nari che non
sopportava, gli correva dietro senza mollarlo pur
scoppiando. Un mattino, incuriosito dall’accanimento
persecutorio della Marchesa, Calfio Sette, rallentò, mise
il piede destro a terra e l’aspettò. Il carico era pesante e
non poteva permettersi di sbandare. Cinque cassette
d’acciughe non sono facile da trasportare ma aveva bisogno
di denaro e si era imbarcato in quell’impresa. La fonte
corrucciata, l’osservò dalla testa ai piedi rendendosi conto
che ad ogni modo era una femmina, però non riuscì a fare a
meno d’interrogarsi sul colpo di scudiscio che aveva sparato
nell’aria. Lo scudiscio in mano la Marchesa Paoletta gli si
avvicinava con l’intento della bocca d’aprirsi in un
sorriso per accattivarsi un’attenzione. Ma purtroppo
esprimeva l’effetto di un ghigno ed esponeva malamente, la
sua presenza. Calfio, con ogni muscolo teso, in stato di
allerta per quello scudiscio al fianco, pronto a caricarsi
sui pedali e districarsi dalle sue grinfie. con la testa
semigirata la guardava arrivare. Quando la Marchesa
Paoletta, con il mento in atteggiamento di sfida, gli fu a
portata di gomito, alzò lo scudiscio in alto e sollevò con
uno strappo prepotente, il sacco di juta umido che copriva i
pesci, facendolo traballare con la bicicletta. Calfio non
gradì per nulla quel comportamento aggressivo e piantando
con forza i piedi per terra, le strappò lo scudiscio ed
afferrandola rudemente per il petto con la mano destra, la
sollevò in aria e con una violenza inusitata, la scagliò
nel muro che conteneva le sue terre e mentre scivolava alla
stregua di uno straccio nella cunetta, affondò il piede
destro e poi il sinistro, sui pedali e s’avviò man mano
sempre più veloce e sicuro per la statale, scagliandole
epiteti piuttosto osceni senza tralasciare i suoi saluti
all’intero Casato. La Marchesa Del Pede, ammaccata ed
offesa dalla brutalità di Calfio, cercò aiutandosi col muro
a rimettersi in gareggiata. Alzandosi, non sentiva male
fisico anche se era dolorante ma era interdetta e questa
incomprensione le faceva un male diverso che le toglieva il
respiro. Uno spasma al ventre la indusse a piegarsi
appoggiandosi con le mani al muro e piegarsi sulle ginocchia
lasciandi cadere lo scudiscio appena raccolto.
Faticosamente alzò gli occhi a guardare la statale verso la
direzione dove era scomparso Calfio ma un enorme calore le
avvolse la testa scendendo fino ad interessarle il collo e
le spalle e si lasciò giacere per terra in un bagno di
sudore ed addirittura urinandosi nelle mutande. Quando
riuscì a rimettersi in piedi, si avviò traballante verso la
villa, cercando ma senza trovarla una spiegazione al
comportamento di Calfio, alla sua violenta reazione. Sotto
gli alberi di Ficus benjamin, di guardia alla lunetta
d’entrata alla villa, la Marchesa Paoletta, ha creduto che
fosse l’ora di mettersi nelle mani di Malina e senza una
parola, spalancò la bocca, strabuzzò gli occhi e scivolò
pesantemente per terra. Le foglie non ancora secche,
raccolte dal vento l’accolsero meravigliate, chiedendosi
spaventate: “ chi fu, chi successi? “ rivoltandosi le une
sulle altre, cercando di nascondere il corpo. Il Caporale
Geso, verso l’imbrunire,
15
di ritorno da
una delle sue ispezioni, inciampò nel corpo avvolto dalle
foglie finendole sopra. L’avrebbe di sicuro mancata se
avesse ascoltato Digri che l’aveva sentita nel naso ed
abbaiando gli aveva afferrato il gambale del pantalone,
tentando di trattenerlo. Geso, però aveva la testa nel
capanno di Iedda e navigava a vista. Iedda non era più una
ragazzina e lavorava la terra che i genitori le avevano
lasciato sul cocuzzolo del monte Serco, a quasi un’ora di
strada dal villaggio. Copo, il padre era emigrato nelle
americhe e dopo qualche anno era scomparso nella lontananza.
Copo, invero aveva tutelato il proprio nome e saldato il
matrimonio con Bica, la madre di Iedda inviandole la somma
necessaria per onorare il compromesso stipulato per quel
terreno. Bica rimasta con la bambina da crescere e senza
alcun sostentamento, ogni mattina, vento o pioggia, saliva
al monte Serco e sudava sulla sua terra cercando di trarne
quel tanto per campare. Bica era figlia di pescatori e non
aveva mai lavorato la terra, ma non intendeva abbandonarsi
nelle mani dei genitori ed alla misericordia dei fratelli e
delle sorelle e tanto meno della famiglia di Copo.Ognuno
aveva da trascinare il proprio fardello e dunque non
intendeva addossar loro anche il suo. Copo, la sua
vigliaccata, l’aveva diminuita con quella terra ed ora
toccava che lei continuasse l’opera e non facesse pagare la
disfatta a quella creatura. Iedda crebbe con i nonni materni
e quando fu in grado di contribuire ai lavori dei campi
seguì la madre, imparando il mestiere di contadino, talmente
bene che Bica la guardava e sorrideva sotto la penuria che
le era cresciuta sotto il naso, con una soddisfazione da
restarci secca. Bica non sapeva di tempi di semina e di
cura, di concimi e di aratura, di riposo e di cambio di
coltura e delle stagioni e per imparare andava dietro ai
contadini a chiedere questo, quello e quell’altro e la
trattavano in malomodo. Iasco, il padre di Giasuzzu, invero
era stato l’unico ad aiutarla senza palesarle alcuna
pretesa. Bica gli era grata e sarebbe stata onorata se
Giasuzzu avesse preso in moglie Iedda ma la figlia, ogni
volta che lei apriva il discorso, si trincerava dietro quel
doloroso paravento: “ Non mi sposerò mai .Non voglio fare
la tua stessa fine “ fino a che Giasuzzu non prese moglie.
Sotto quel diniego perentorio di Iedda, però circolava una
motivazione che non riusciva ad incanalarsi e trasformarsi
in una decisione. La seconda sera della festa del Santo
Patrono, invero era accaduto l’incontro che non avrebbe mai
desiderato, avvenisse. Quell’incontro, fu la maledizione
della sera, alla quale non riuscì a sottrarsi. . Geso le era
conosciuto per la nomèa che si portava dietro. Iedda non
l’aveva mai visto di persona e quella sera, con la coppola,
pantaloni e gilè di fustagno, con il fucile in spalla e
l’aria spavalda da padrone del mondo, le possedette la
mente, gli si ficcò nel cervello alla stregua di un
punteruolo. Quando Geso le andò vicino e la prese per il
braccio chiamandola per nome, Iedda rimase con il fiato
sospeso, guardandolo di sbieco. Geso, in segno di possesso,
le allungò la mano tra le cosce e lei, vergognandosi, gli
si fece più vicino. Quando riuscì a contrastare la forza
della sua attrazione, Iedda si divincolò con furia e di
corsa guardandosi le spalle e le mani incrociate sul pube,
si disperse nella folla. Altri incontri casuali si
susseguirono negli anni ma Iedda, pur lottando contro se
stessa mantenne le distanze e mai accettò il suo saluto. Un
giorno che si presentò a Bica chiedendole, addirittura la
sua mano, Iedda scaricò la sua frustrazione sulla madre che
per educazione lo rimandò. “ Volevo informarti. Hai l’età
per prendere le decisioni. Io gli avrei detto di no prima
che aprisse bocca ma l’interessata sei tu e ti ho riferito.
“ le replicò Bica sentendosi aggredita. “ Scusami mamma, non
volevo mancarti di rispetto. Non era mia intenzione
offenderti. Perdonami, non volevo. Sei tanto buona. “ le
disse Iedda. Adesso, però aveva da evadere quella richiesta
di matrimonio. Geso, puntuale andò a casa a trovarle ed
Iedda sulla porta, senza invitarlo ad entrare, gli rispose
che non aveva alcuna intenzione di sposarsi, anzi di
togliersi dalla testa quel pensiero perché non credeva nel
matrimonio. Stava bene e non aveva bisogno di nulla e lo
salutò chiudendogli la porta sulla faccia. Ma Geso non
demorse mai e dopo la morte della madre andava a trovarla
fino a monte Serco. Geso sbavava ed Iedda avrebbe pure
accettato dopo tanta insistenza ma la paura d’essere la
moglie di un depravato, la convinceva a non farlo
avvicinare. Lo teneva ad una distanza non inferiore ad un
metro. Geso si era invaghito di lei e non riusciva a
controllarsi
16
sfogando la sua
rabbia con la prima che gli capitava sotto tiro. Appena la
vedeva gli montava il sangue agli occhi, la chiamava ma lei
scivolava leggera lontana. Questa volta, però a monte Serco
s’era fatto accompagnare da Digri, uno dei figli legittimi
di Braco. Digri, non aveva avuto bisogno d’essere
addestrato, aveva un talento naturale. Messo piede su monte
Serco, aveva annusato la presenza di Iedda e corse dietro la
gebbia dell’acqua piovana. Iedda, piegata sul bacino stava
abbeverando. Munita della zappa allargava i solchi per far
scorrere l’acqua o deviarla. Digri si era fermato all’angolo
della gebbia e l’aveva aspettato. Vedendola, Geso perse in
un colpo la sua arroganza, trasformandosi in una timida
pecorella. Avrebbe voluto chiamarla ma la paura che lo
mandasse a fare in culo o fuggisse, lo indusse a non
profferir parola. Il cacciatore sapeva muoversi e piano, in
silenzio le si avvicinò sorprendendola. Chiamandola “
Iedduzza, “ con una dolcezza, invero inusitata in lui, le
posò la mano destra sulla schiena. Iedda istintivamente,
mosse indietro la mano destra per scacciare la zampa che le
si era posata sulla schiena fermandosi, però prima che
toccasse la parte, sentendo l’odore di Geso. La decisione
improvvisa di spingersi sul manico della zappa, e mettersi
nella posizione eretta, girandosi a guardarlo e gridargli
d’allontanarsi, però le tolse ogni energia e gli cadde in
braccio. “ Iedduzza “ la chiamò Geso con dolcezza. Iedda era
confusa e non seppe né parlargli né muoversi restando
aggrappata alle sue spalle, e quando Geso le posò le labbra
sulla bocca, non si sottrasse. Prese i suoi baci e ricambiò
cancellando ogni pensiero avverso. Gli occhi le si pulirono
dall’emozione e si rifugiò nelle sue braccia tale e quale
una bambina. Il capanno li accolse con fierezza e li ospitò
sul giaciglio di foglie scoppiettando fino al cielo,
penetrando il tetto del capanno e riempiendo di godimento
gioioso, allegro, sfavillante, ogni elemento vegetale ed
animale che sostasse entro e in un raggio indefinito dello
spazio esterno. Ma ad un tratto, Iedda, con la sensazione
che si stesse svegliando da un sogno, aprì gli occhi, vide
Geso e si sentì perduta. Inorridita, sbarrò gli occhi e si
alzò cercando una via di fuga. Ma non riusciva a muovere un
passo sentendosi braccata dagli utensili, dalla vergogna.
Iedda si sentì violata, si alzò dal godimento ed intimò a
Geso d’uscire, d’andarsene, minacciandolo col suo stesso
fucile. Geso, stupito, confuso, arrotolò i vestiti nelle
mani e stringendoseli al petto, seguito da Digri
s’allontanò. Iedda, lo rincorse col suo fucile in mano fino
al limitare della terra gridando: “ nenti successi, non è
successo nulla “ A ridosso della scarpata si fermò saltando
su se stessa e continuando a grida: “ nenti successi, nenti
mi capitò “ buttando il fucile nell’aria, oltre il confine.
Liberatasi le mani dal fucile, cominciò ad accarezzarsi la
faccia, il seno, la pancia, le gambe piegandosi, svuotandosi
e rimanendo senza forze, continuando anche se ormai con un
filo di voce, a ripetersi: “ Non successi nenti, nebti
succidiu, non è successo nulla “ La volontà di resistere le
ballava sulla lingua ma gli sfuggiva dagli occhi. Chiamò la
madre ed anche il padre, i parenti ed i conoscenti per nome
dicendo, bisbigliando loro: “ paci, paci. nenti successi,
nenti accadiu. paci, paci, nenti succidiu, paci, paci “
Cercò d’afferrare con le mani dentro l’aria una corda, una
mano, di ritrovare qualcuno, qualcosa che l’aiutasse ma le
mani le ricadevano ogni volta sui fianchi, quasi di
schianto, riportandole, però a cercare. “ Mamma, mamma “
chiamò ma Bica era scomparsa. La inseguì nel sole del suo
amore col cuore in gola, fin sull’orizzonte chiamandola,
pregandola che tornasse per riportarla nel campo a
lavorare. La coscienza venne a visitarla per un momento per
darle un barlume di speranza. Allora, s’avvide ch’era nuda e
scoppiò in un pianto senza remissione. All’improvviso le
saltò sul ventre e le salì al petto, affacciandosi nella
gola, un vento velenoso che quasi la soffocava. Pervasa
dalla vergogna e dal dolore, corse alla gebbia e vi si
lasciò scivolare nell’acqua fredda.
Geso, raccolse
il fucile e sedette a vestirsi. Indossando gli indumenti, a
tratti, guardava in alto cercando di estrarre dal monte
Serco una spiegazione. Ma non sentiva altro che Iedda
continuare a gridare: “ Nenti succidiu, nenti mi capitau,
non è successo nulla, nenti successi. “ Allacciati gli
scarponi, mise il fucile in spalla e continuando a coprirsi,
seguito da Digri, percorse un po’ della strabella verso il
podere di Iedda, ridiscendendo quasi subito, a valle. Ma
ritornando sentiva che
17
aveva perso
qualcosa che non aveva avuto mai.. La testa non riusciva a
regolarsi e gli cadeva di lato. Quel che aveva dato a Iedda
l’aveva reso più libero. Il male, però che aveva seminato
negli anni, aveva chiesto il conto. Gli si era caricato
sulle spalle ed aveva assunto il peso di una montagna. Quel
che era stato non poteva essere cancellato. Cercò di
ritrovare l’amore del capanno, tentò d’entrarvi ma fu
scacciato con violenza da quel “ Nenti succidiu Non è
successo nulla “ di Iedda che lo inseguiva col fucile in
mano. Ad un tratto, senza quasi accorgersene, piombò con gli
scarponi sulla statale che quasi cadeva. Inciampò in Digri
che gli correva di lato, davanti, scodinzolando intorno e
per farsi dire quel che voleva gli sferrò un calcio nel
muscolo tricipite di sinistra, facendolo stramazzare per
terra. Digri, pur tuttavia gli comparve di fianco
all’ultima curva prima della villa, ritirandosi subito a
debita distanza. Digri, non si era lasciato fuorviare dal
capanno e l’aveva preceduto nella lunetta, abbaiando,
annusando, afferrandogli la gambala del pantalone ma
l’ennesimo calcio lo levò di torno. Geso entrato nella
lunetta d’ingresso della villa, inciampò in qualcosa che non
doveva esserci e quasi cadeva. Ripreso l’equilibrio con
l’aiuto del muro, ritornò a vedere cosa nascondessero le
foglie. La sorpresa di un lieve, lievissimo lamento e lo
scoramento furono immensi quando s’avvide che quel corpo
arrotolato nelle foglie, era la Marchesa Paoletta Del Pede.
Riaverla nelle braccia gli significava riacquisire il
vantaggio che aveva perduto e senza chiedersi nulla, la
prese in braccio e chiamando Malina, la donna di casa,
s’addentrò nel viale verso gli appartamenti residenziali.
Malina, sentendo Geso chiamarla s’allarmò e scese trafelata
le scale, rischiando di precipitare. Scorgendo Geso con la
Marchesa in braccio, pensò che fosse morta e scoppiò in un
pianto dirotto avvicinandosi, toccandola, accarezzandole la
faccia. Geso, adagiata che l’ebbe sul letto, scese a
preparare il calesse per andare a prendere il medico.
Malina, con un panno bagnato, le rinfrescò la faccia, il
collo, il petto spogliandola. La teneva in posizione
semieretta, appoggiata con la testa alla spalla sinistra
per sganciarle il reggiseno dopo averle levato la camicia,
quando la Marchesa ebbe un sussulto, un rigurgito e vomitò
fiele, tossendo, spingendo Malina e mettendosi all’impiedi,
ricadendo a sedere sul letto trattenendosi con la mano
sinistra alla spalla di Malina. “ Dammi da bere “ le disse
alzando lentamente la gamba destra dal pavimento. Malina le
riempì il bicchiere di liquore e la Marchesa lo bevve senza
prendere fiato, fino all’ultima goccia. Malina non sapeva
che fare e Geso ritornato a vedere, le sollevò l’ansia. “
Marchesina, stavo uscendo col calesse a prendere il Dottore
Gnalino. Cosa le è successo. Sta meglio, si è ripresa? “ La
Marchesa Paoletta Del Pede, senza degnarlo di uno sguardo,
gli rispose: “ Lascia stare il dottore Gnalino. Non ne ho
bisogno “ e fece per alzarsi. Un dolore lancinante, però la
costrinse a chiudere gli occhi e cercare con la mano,
l’aiuto di Malina che accorse a sostenerla con le sue
spalle, cingendole la vita col braccio sinistro. “
Accompagnami alla poltrona “ disse a Malina e si mossero
allontanandosi dal letto. “ Geso, puoi andare. Non ho
bisogno di te “ disse rivolto, senza guardarlo, al Caporale.
Uscito Geso, la Marchesa si sbottonò i jeans ed
abbassandoli, trattenendosi con Malina, si sedette nella
poltrona, facendoselo sfilare, dicendole di fare molta
attenzione alla caviglia destra. “ Calfio Sette, sei un
maledetto. Vedrai quanto dovrai pentirti. Non avresti dovuto
usarmi violenza. Io ti amo ma volgerò questo sentimento.
Amare è la mia condanna ma questa volta a pagare la pena non
sarà, solo e sempre la Marchesa Paoletta Del Pede. “ si
disse massaggiandosi la caviglia dolente, un po’ arrossata e
gonfia. “ Prendimi dei panni e dell’acqua di gebbia “ disse
a Malina che seppur sorpresa da quella richiesta a lei
oscura, corse ad eseguire la volontà della padrona. La notte
non le portò riposo e quando la mattina si era addormentata
per stanchezza, sentì bussare alla porta.” Marchesina,
aprite sono il Dr. Galino. “ La Marchesa con il piede
penzolone andò ad aprirgli e quando lo vide restò interdetta
quasi al punto di dimenticare il gonfiore alla caviglia.
Invero era da parecchi che non lo vedeva ma non avrebbe mai
pensato che potesse essersi ridotto, molto vicino alla
figura di un accattone. Aveva i capelli lunghi, sporchi che
mescolati all’unto dei vestiti lisi, lo rendeva non
riconoscibile, non consono al suo lignaggio, alla sua
professione. Ad ogni modo il Dr. Gnalino, dopo averle
consegnato una pomata che aveva nella borsa ed ordinato di
mantenere la
18
gamba sollevata
su un cuscino, andò via informandola che sarebbe ritornato a
vedere. Le promise che appena il gonfiore sarebbe scomparso
gliel’avrebbe fasciata rendendola libera d’andare a curare i
suoi interessi. La Marchesa, appena fu in grado, non perse
un secondo e lo cercò per ogni luogo conosciuto e fuori
mano.. Calfio, invero le aveva lasciato il segno. Il suo
incedere claudicante è la prova lampante Il “ Sauro, “
doveva inchinarsi ai suoi piedi e chiederla scusa. Sentiva
la necessità d’ascoltare la sua voce. Voleva una
spiegazione. Lo cercò per le campagne dove era solito andare
a vendere il pesce ma non trovò un’anima buona che l’avesse
visto La gente del villaggio par che avesse perso la parola.
La Marchesa Paoletta Del Pede, s’interrogava digrignando i
denti, sperando di rivederlo. Camminando per le strade, per
le campagne, aizzando il frustino in aria gridava a voce
alta: “ Calfio perché l’hai fatto ? Calfio dove sei ? Vieni
fuori dal tuo nascondiglio. Non avere paura, sarò disposta a
perdonarti ” ma non ricevendo alcuna risposta, rivolgeva gli
occhi al cielo gridando: “ Vedrai che ti ritroverò, dovessi
rivoltare la terra. “ La notte si svegliava con le mani
serrate alle coperte convinta d’averlo preso. Presa dallo
sconforto, rabbia, delusione, gli diceva: “ Vai all’inferno
“ e cercava di riaddormentarsi. “ Cafu, pattiu “ le disse
un giorno un bambino che giocava con due arance “ sarbaggi “
seduto al margine della strada vicino casa. Calfio, abitava
con la nonna, la porta accanto. “ Sai dov’è andato? “ gli
chiese Paoletta chinandosi alla sua altezza. “ No sacciu,
pattiu “ le disse il bambino. “ Cu cerca? “ interrogò una
voce. “ La Marchesa Paoletta Del Pede. “ rispose lei e
quando la porta dell’abitazione di Calfio si aprì e comparve
una vecchia Signora, si avvicinò e le disse: “ Ho bisogno di
lui per dei lavori. “ L’anziana donna la guardò per qualche
minuto senza parlare poi le disse: “ Sugnu a nonna. Calfio è
andato a lavorare all’estero “ e dicendo al bambino: “
Picio, chi fai giochi? “ tenendosi alla porta, rientrò in
casa. La Marchesa aveva avuto la risposta, invero ce l’aveva
nella mente ma aveva bisogno di sentirla. La tempesta
d’odio e d’amore, di vendetta e di passione che tratteneva
con ogni organo del suo corpo, illudendosi e dicendosi che
non poteva essere vero, si fece avanti, spingendo, chiedendo
la ricompensa. Ogni sogno le scoppiava negli occhi, nulla
si concretizzava secondo il proprio desiderio, la propria
aspirazione. “ Ho chiesto amore. Ho avuto dolore “ si
disse. “ Sono stanca di questo sentimento. Quest’indole è
deleteria. Allora m’inventerò qualcosa d’altro.” concluse
liberando le corde dagli ormeggi. La Marchesa Paoletta, a
questo punto, comprò un pupazzo di stoffa a misura d’uomo,
un vestito di pescatore ed uno di Carabiniere con relative
maschere e lo chiamò Baralfio, ospitandolo nella sua stanza,
accanto al suo letto. Ogni notte o quando le scappa la
vendetta, veste il pupazzo di Calfio e lo frusta a sangue,
fremente lo spoglia, accarezza il suo corpo, riceve le sue
mani in un vortice di sensazioni sublimi. Gli toglie la
maglietta, i calzoni di tela e lo stuzzica, con la sua
femminilità. Quando raggiunge l’apice del godimento, si
ricompone e le veste di Baracco. Si sdraia sul letto e
scopre la capacità di scomporsi in una miriade di
bollicine. Una notte che si era data una lucidata con una
spruzzatina di brillantante e quasi dormiva ecco che le si
abbatte la tragedia. Uno spiffero, sei spifferi d’aria
fredda, quasi polare, scavano un buco nel muro, o chissà
dove e si sono introducono selvaggiamente nella stanza,
gelandola. Un colpo possente di coda la butta a terra
frantumandola in mille schegge. I globi oculari, sottoposti
ad un frullar d’immagini bestiali scaraventati nel lavabo
della cucina e sottoposti a vertiginosi getti d’acqua,
lavati, tagliuzzati e messi in padella a friggere con olio,
aglio e peperoncino delle calabrie Il risveglio è indolore
ma non riesce a muoversi. Il corpo non le risponde
schiacciato da un peso. Tenta di muovere i piedi e le gambe
per farsi spazio e puntellarsi al materasso per sollevarsi
sul fianco destro accompagnandosi con le mani e le braccia
ma ogni sforzo è inutile. Qualcosa le dice che quel peso è
Calfio. Gli manda mille baci e le sue mani possono
accarezzarlo e ruota il suo corpo sotto il suo peso che
lentamente si è fatto leggero, penetrante, fondente fino a
trasformarsi in Lito, nella sua dolcezza, nell’ebrezza del
suo amore. Il risveglio non ha un orario programmato ed
ogni volta che la finestra comincia a giuocare con le
freccette di luce nella sua stanza, si ritrova
aggrovigliata, arrotolata alle lenzuola in un bagno d’odori,
di sudore. Si alza nel letto ed è costretta
19
a deglutire con forza. Ha
la gola che le brucia e non riesce a prendere respiro.
Tossisce fino a perdere l’equilibrio e quasi soffocare. Il
suo Carabiniere, però è la e la sorregge ma dura poco la sua
onestà d’uomo. A giro di tacco è Calfio a soppiantarlo e
prende il suo posto, ma non ha serbo per lei nulla di buono.
Calfio Sette le balla sulla faccia, sull’aria intorno
scagliandole epiteti, frasi ingiuriose, ride e le sputa baci
pizzicandole i capezzoli. Lei gli tende le braccia e cerca
di renderlo innamorato. Calfio, invero non vuole il suo
amore e la respinge, fugge e le strappa ogni organo del
corpo. Quel pescatore in parte, pescivendolo per necessità
ma in sostanza giuocatore di carte, bruciato dal sole e dal
sale, le fa un male insopportabile.La nonna dice che è
emigrato ma non se ne è andato. Ogni volta che vuole viene a
torturarla, a vilipenderla, offenderla nell’anima e
condurla alla morte. La Marchesa Paoletta ogni mattina,
amorevolmente lo veste, lo chiama amore mio, gli chiede
dov’è andato e lo invita a ritornare. La sera lo sveste e lo
implora: “ Calfio sono nelle tue mani. Amami, ho bisogno di
te “ gli dice.. Calfio, però continua a non risponderle ma
beve il suo sangue, la sua linfa e la butta nell’immondizia.
Ogni notte la riduce ad un colabrodo ed il giorno in pozze
sulfuree scoppiettanti. Abbracciata alla divisa del suo
Carabiniere, cercava di confondere il pescatore. Ma quel
fagotto non le tornava utile. “ Qualora non tornasse? “ si
chiese “ Sono la Marchesa Paoletta Del Pede e gli
presenterò un conto salato. “ si disse A vincere, invero
era Calfio. Seduta nella vasca da bagno si trovava le mani
che la lavavano con delicatezza, lentamente e lei chiudeva
gli occhi e si metteva l’alluce in bocca. Si rotolava
svuotando dell’acqua la vasca in un delirio ossessivo “Amore
mio. Sto morendo. Ho bisogno.Vieni. Non te ne andare. La
tua mancanza. mi fa male “ continuava in un disperato
rabberciare del desiderio. Qualche volta, però riusciva a
mettere di lato ogni pensiero di Calfio, quasi che fosse
riuscita a vincerlo e diceva: “ Ma questo Calfio chi è?
Giuggio, chi è un dio? La Marchesa Paoletta Del Pede non
può piegarsi al s volere di un pescatore, è inaudito. “
chiese e disse all’anziano Rais. “ Ha lasciato il
villaggio. E’ emigrato in un paese lontano “ le rispose
Giuggio girando appena la testa. L’ultimo dei Rais della
tonnara del villaggio prendeva il sole seduto nella
poltroncina di vimini, sul ciottolato davanti casa, sotto il
pergolato, con un pezzo di rete che intendeva “ sarciri “
prima d’andare a calare la tonnara. La Marchesa Paoletta Del
Pede traballò sulla caviglia. “ Rasi Giuggiu. quello è Rasi
Giuggiu. Avrà mille anni. Sordo e cieco. “ si ripeteva
allontanandosi. Salendo le scale della villa si ripeteva in
una cantilena ossessiva: “ emigrato in un paese lontano. “
Entrò nella stanza e si guardò allo specchio che per intero
le faceva da contr’altare assieme al pupazzo. La macchina
del tempo l’aveva disossata. Ogni osso del suo corpo era
stato asportato e consegnato in un sacco di juta. Avrebbe
voluto chiamare Malina, Geso, Sparino per darle una mano a
rimettersi in sesto, a ricomporre quel corpo ma non erano
adatti all’uopo. La Marchesa Paoletta aveva perso ogni
capacità e per giorni se ne stette distesa nel letto
respingendo ogni nutrimento. Non parlava e quasi non
respirava Guardava Baralfio vestito da pescatore e covava la
vendetta. Doveva vendicare il disonore arrecatole da Calfio
Sette, l’amore che le aveva negato. Doveva levarsi dalle
spalle quella maledizione e non le restava che buttarla
sugli altri. Quel maleficio che le stava in collo doveva
rivoltarlo, scagliarlo su quel maledetto e ricavarne se non
felicità, almeno la soddisfazione del potere. L’idea le
balenò all’improvviso anche se le albergava nella stanza
dell’anima. Ma la Marchesa era magnanina di cuore e volle
conferire il merito alla luna saracena che s’affacciò alla
finestra schiarendole, la notte, regalandole un bel sogno,
uno di quei sogni che quando vengono lasciano ad occhi
aperti dalla bellezza e dalla serenità che vorresti
mantenere negli occhi e nella mente e non farlo cancellare
da nessuno. “ Calfio Sette è andato all’estero. Calfio è
emigrato. Ho i suoi compagni a portata di mano. Saranno loro
a pagare il suo conto. Saranno loro le vittime sacrificali.
I suoi compagni pagheranno per lui, tanto le specie è
quella. Avrò la mia vendetta su quel “ Sauru fitusu “
anche se altri pesci dovranno soffrire. Sarà un godimento
mai provato. Avrò la mia rivincita. “ si disse
crogiuolandosi in quel piacere. Man mano che metteva a
punto il piano d’aggressione, gustava il risultato e
s’eccitava, nitrendo e perfino schiumando. Quando ad un
tratto, il pupazzo “ Baralfio “ a destra