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1.
Il villaggio di
Anaggio, situato in faccia al mare, attonito guardava l’orizzonte con le sue
isole e la penisola e non riusciva a capacitarsi della ferocia che l’uomo era
riuscito a sprigionare dai meandri della mente. L’arrogarsi il diritto di poter
degradare i propri fratelli a materiale di scarto, privandoli della dignità era
talmente atroce che annullava loro, perfino l’azione fisiologica del respiro.
Ogni santo giorno, comunque gli Anaggioti raccoglievano il dolore per i propri
morti ed a fatica si trascinavano al seguito dei connazionali che occupano il
territorio oltre il mare. Seppur segnati dall’avventura maledetta, non
riuscirono a cancellare la memoria storica dell’appartenenza al nobile Casato.
Rimasti legati al simbolo, non ebbero il coraggio di scegliere il nuovo
ordinamento dettato dalla democrazia. Ad ogni modo muovevano gambe, braccia ed
ogni parte del corpo chiamate a cooperare, con la speranza che il Signore del
cielo li salvasse dai Signori della terra che “ amano giuocare alla guerra con
la giovane età di figli o mariti “ e che il lavoro smettesse di presentarsi
digrignando i denti. Quando dalle acque di mamma Frangina emerse Sanio
beneficiando della pratica di levatrice di nonna Satìa che lo trasse fuori
accogliendolo nelle sue mani con qualche sculacciata ed un caloroso “ Binidittu
e Santu “ deponendolo amorevolmente, nel letto a fianco della nuora. La moglie
di Camo, Frangina non era nativa di Anaggio. Camo, il maggiore dei figli di
Satìa, l’aveva condotta in casa dei genitori, dall’estremità occidentale
dell’isola dove svolgeva il servizio militare. La fresca bellezza e l’indole
mansueta di Frangina entrarono in casa Cimuto, alla stregua di una ventata di
primavera. Infatti Satìa aveva partorito tre figli maschi e la femmina era
desiderata. La guerra, invero gli aveva sottratto il secondo figlio privandola
anche del corpo per poterlo andare a piangere.. Frangina, dunque fu accolta con
la gioia di una figlia.. La comunità di pescatori acquisì con benevolenza la sua
presenza. La loro scolarità era collocata nella scala dei semianalfabeti. La
prima elementare era assorbita dalla maggioranza con qualche seconda classe in
comando per le campagne a raccogliere uova per la maestra. La disponibilità
della ragazza a scrivere per loro le lettere per comunicare con figli e parenti
emigrati nelle americhe, fu dunque molto apprezzata.. Frangina aveva
frequentato la scuola media e seppure interrotta al secondo anno per la guerra,
era in grado d’esporre con chiarezza i loro sentimenti. Quando arrivò la Signora
levatrice quel che serviva era stato fatto e non le restò altro che ratificare
l’evento. L’Ostetrica Garretto, conosceva l’abilità di Satìa Caufo ed usciva di
casa senza affanno seppure Mariatti, distava da Anaggio circa sei chilometri. Il
mezzo di trasporto usato di frequente, era il “ piede scalzo. “ La bicicletta
era un appannaggio di qualche uomo e meno d’altronde, il calesse. Sanio
cresceva nella casa dei nonni paterni accucciato per terra a giuocare con la
tartaruga. Vona. L’animale, dunque uscita da sotto il canterano dove aveva
trascorso l’inverno in letargo, si trovò costretta a crearsi una pazienza
diversa e sopportare la curiosità di quel pargolo. Sanio, appena riuscì a
mettersi all’impiedi ed acquisire la sicurezza necessaria, lasciò Vona a
mangiare la lattuga, attraversò la strada sotto l’occhio vigile della nonna ed
andò nell’orto, quasi in faccia alla casa, a “ scaminiari “ la terra e
chiacchierare con le galline ed i gatti che vi stanziavano sotto il fico
catalogno o sul muretto di pietre sciolte quasi a ridosso di casa Piciato,
ammonticchiati negli anni da nonno Facico. Un bottino che nonno Facico aveva
accumulato negli anni andando per mare, trasportando da ogni attracco di pesca,
o raccogliendole per la spiaggia con l’intento d’ingannare le ore e dissipare
il vento nella sabbia, quando la burrasca lo teneva a terra con la Brindatina in
secca La nonna al minimo rumore, per sicurezza lo chiamava per sentirlo anche
se il passaggio di una bicicletta era un evento ed il carretto di “ Turinnuzzu,
“ non creava allarme. Seduto a cassetta, con voce baritonale, chiamava “ i
fimmini “ a comprare la frutta e la verdura della sua campagna e voleva tanto
bene a Sanio. La curiosità, man mano lo spinse lungo la traversa ed oltre la
strada principale. Il passaggio sporadico di qualche Topolino o Balilla era un
traffico che non presentava alcuna difficoltà e Sanio, dunque corse sul prato a
cercare la compagnia dei coetanei. In fondo, però stava bene anche senza.. Non
amava la solitudine ma gli piaceva volare con la fantasia navigando per cielo
e per mare. Inseguendo nonno Facico, raggiunse la spiaggia e scrutava le barche
pescare con le lenze o con le reti sottocosta. S’accompagnava ai pescatori che
tiravano la sciabica o che a turno pescavano la neonata. Guardava le barche
andare a totani od a calare conzi e nasse. La curiosità lo tratteneva per ore
intorno alle barche in secca con i pescatori che si dedicavano alla
manutenzione e sistemazione dei mestieri. Disteso sulla sabbia, a pancia in
aria e con le mani intrecciate sotto la nuca, seguiva le nuvole che circolavano
nel cielo ed a volte perfino vi saltava sopra ad ispezionare il mare con le sue
creature ma soprattutto meditava intorno al modo per farsi prendere in barca da
nonno Facico ed andare a pesca. L’immensa distesa azzurra lo attraeva in un modo
quasi ossessivo. Le isole che galleggiavano sull’orizzonte e la penisola che
s’affacciava sul mare specie la sera col cero acceso in mano ed i gabbiani che
si tuffavano a pescare o che lottavano contro il vento di maestrale per non
cadere in acqua, però gli restavano , inspiegabilmente lontani e se ne
crucciava. Una nebbiolina gli si parava davanti e gl’impediva di vedere
chiaramente. A volte se ne lamentava con la mamma ma erano tante le faccende di
casa che Frangina a malapena alzava la testa a guardarlo senza dirgli una
parola. Il richiamo del giuoco, la sana rivalità quotidiana con i coetanei lo
spingevano a correre in campo a difendere il proprio orgoglio, dimenticandosi
dell’insufficienza visiva. Era, comunque evidente che Sanio avesse bisogno di
una visita oftalmica. Anaggio, però non aveva un medico in loco e tanto meno lo
specialista reclamato dagli occhi di Sanio.
Il villaggio di
Anaggio è sottoposto alla giurisdizione amministrativa di Giussama distante meno
di otto chilometri. La distanza che separa il comune dalla frazione, o la
montagna che scende fino al mare, invero non sono un impedimento che possa
giustificare l’abbandono. La causa, è ascrivibile quasi per intera ad una
strana forma di gelosia, ad una stupida invidia che attanaglia gli
amministratori di questo comune. Sostenuti dalla faziosità degli eletti della
frazione, questi atavici rappresentanti dei cittadini, alternatisi negli anni
senza cambiare ramo, sono rimasti ottusi ed arroganti. Ogni volta, l’uno e
l’altra, non si sono permessi uno sforzo di raccogliere un pensiero benevolo e
nell’interesse comune, sollevare, neanche dai bisogni più elementari, questi
abitanti della periferia. La pratica della professione medica, dovrebbe
spingerli a curare i mali dei quali sono affetti i cittadini che insistono sul
proprio territorio ma l’ipocrisìa che li caratterizza li induce alla divisione
d’appartenenza venendo meno ad una naturale solidarietà oltre agli obblighi che
la legge sancisce in materia per uno sviluppo civile del territorio.
Gli Anaggioti separati
dalla rocca di Baleca restano estranei ai Giussamati. Quest’affiliazione,
invero non ha nulla di naturale. Gli Anaggioti appartengono ad un ceppo diverso
da quello dei Giussamati, sia per lingua che per comportamento. La fiera
bellezza guerriera, la solarità e la semplicità degli Anaggioti, si contrappone
all’arroganza vendicativa dei Giussamati. Gli Anaggioti sottomessi dai
Giussamati all’emarginazione, erano costretti a seppellire i loro morti nel
cimitero di Giussama. Gli Anaggioti si piegavano alla volontà della legge ma
l’ostracismo subito dai loro morti, rodeva la loro coscienza. Il vento di
maestrale che correva sul mare e spazzava le strade,i prati e le montagne,
impediva l’attraversamento della galleria che separa il territorio municipale da
quello della frazione. La violenza con la quale soffia mette a rischio ogni
passante, a piedi od a bordo di un mezzo di trasporto. Il caso meno grave è di
cozzare contro la parete della montagna. L’effetto mortale ed imprevedibile,
non recuperabile è di scavalcare la barriera muraria e precipitare ai piedi
della scarpata, a strapiombo sulla scogliera Il trasporto dei morti al cimitero
di Giussama con queste condizioni, era davvero impossibile. Gli Anaggioti,
dunque erano obbligati a tenere in casa il congiunto per tre, quattro ed
addirittura cinque giorni. Il dolore apriva la sua bocca sdentata e macinava
l’intestino a cominciare dal tenue e lentamente la mente fino a scoppiargli, con
un grande boato, nelle mani. L’ingiustizia era pesante, insopportabile ed
andava sanata.
La gioventù, quale la
storia ci testimonia, è destinataria delle lotte per la conquista dei diritti.
La condizione ineluttabile, però è quella di pagare le conseguenze sulla propria
pelle ed inoltre, di subire l’ignominìa dei “ cittadini onesti.” Un gruppo di
giovani Anaggioti, dunque si caricò sulle spalle il problema che assillava e
consumava la comunità. Armati degli ideali di libertà e di giustizia sociale,
quindi si organizzano per lanciare l’attacco al potere per entrare in possesso
di quel sacrosanto diritto. La costituzione di un comitato di lotta precedette
l’occupazione di un terreno incolto, sulla collina di Anaggio, con l’intento
esplicito, di adibirlo a camposanto. L’arrembaggio alla collina, vide partecipe
ogni abitante della comunità di Anaggio, compresi i bambini. L’occasione
dell’inizio della rivolta, invero fu data dalla morte di un’anziana donna. Ben
presto, però il presidio fu lasciato in mano del comitato che si trovò al
cospetto di un plotone di Carabinieri. Schierato in assetto di guerra, pronto a
sparare, intimò agli occupanti, di lasciare il terreno. L’ordine costituito,
uscito dalla guerra, aveva accettato la nuova carta,cambiato il nome ma era
rimasto, comunque con la coscienza nera. Camo e gli altri del comitato, tennero
testa al plotone di Carabinieri, ancorati alla fossa con la figlia sulla cassa
della madre morta. Il diritto alla fine fu conquistato ma i ribelli, furono
indagati e costretti a difendersi. Alcuni fuggirono nottetempo riparando
all’estero, quelli rimasti subirono un lungo processo. Abbandonati dagli
abitanti di Anaggio, per districarsi dai vari gradi di giudizio, sono stati
obbligati a chiedere aiuto agli emigrati, uscendone alla fine amnistiati.
Un’amministrazione generosa, in età avanzata o postuma, concesse loro una targa
in quel che nel frattempo è stato trasformato in un mausoleo.
Il villaggio di
Anaggio, con il millennio sulle spalle ed il nuovo per mano, praticava la pesca
del tonno. Ogni anno i pescatori di Anaggio, aspettavano la calata della
tonnara alla stregua del ritorno a casa della mamma. Ad ogni modo, riusciva a
malapena ad affrancare la loro venuta su questa terra. Camo, il padre di Sanio,
oltre a membro attivo del comitato del cimitero, era stato anche, in testa
nello sciopero alla tonnara per un trattamento salariale più dignitoso. Agli
altri ch’erano stati buoni, andarono i benefici ad ogni modo ottenuti. Camo fu
escluso dalla tonnara e perse il lavoro. “ La macchia “ indelebile, lo costrinse
a correre dove il lavoro lo chiamava. Non era emigrato ma era costretto a stare
lontano dalla famiglia per lunghi periodi. Al termine di quell’ingaggio, era
tornato a casa in attesa di un altro lavoro. Allora, approfittò del riposo
momentaneo per portare Sanio a visita nella città di Missiva, capoluogo della
provincia. Sanio andava per i dieci anni ma nell’ascoltare il suo dire, palesava
ben oltre l’età anagrafica. Il suo comportamento era da adulto ed il suo volto
esprimeva un’ intelligenza contemplativa che richiamava ognuno al rispetto.
La mattina si presentò
serena e con la prospettiva di una bella giornata di sole. Il treno delle otto
li prese a bordo ed a scartamento ridotto s’avviò verso il capoluogo di
provincia. Sanio, seduto sul sedile di legno accanto al finestrino, osservava la
campagna ed i monti che gli camminavano di fianco, volgeva gli occhi oltre lo
scompartimento a vedere il mare ed ad ogni fermata leggeva il nome della
stazione sperando che fosse l’ultima fino a che non si addormentò. Missiva dista
da Anaggio circa ottanta chilometri. Il treno era un locale e la tratta
usufruiva di un servizio precario, condannato all’indecenza cronica.,
all’incapacità ottusa. Si fermava e dava la sensazione di non avere alcuna
voglia di proseguire.Viaggiava accumulando ritardo conducendo uomini, donne e
bambini all’esasperazione. Il biglietto pagato, però era conteggiato alla
stregua di un servizio erogato su una linea nazionale pulita e trafficata.
Sanio, quella notte non era riuscito a dormire adeguatamente. L’ansia l’aveva
mantenuto sveglio ed il sonno l’aveva vinto per stanchezza che quasi era l’alba.
Ogni mattina per
andare a scuola, la nonna lo chiamava alle cinque per dargli modo di dare una
rinfrescatina alla lezione studiata la sera. Sanio, però era già sveglio e
rispondeva con prontezza alla sua chiamata Aveva bisogno, comunque di qualche
minuto per mettere a fuoco la stanza. Sedeva sulla sponda del letto, si
stropicciava gli occhi, per prendere confidenza con la luce e metteva i piedi
a terra. La foschia che gli velava gli occhi del giorno, limitava ogni azione
che pretendeva cominciare. Inquadrato lo spazio del campo, invero si muoveva con
cautela ma senza tentennamenti.
Il muro che sostiene
la strada ferrata, sottomette per l’intera estensione, il villaggio dei
pescatori. Anaggio, dunque è diviso a metà in monti e mare. La zona sovrastante
con la campagna ed i contadini e la sottostante con la spiaggia ed i pescatori.
La strada principale allinea traversa per traversa, le case appiccicate l’una
all’altra e schiera il villaggio dei pescatori in faccia al mare. Lo specchio
d’acqua disegna un golfo di suggestiva bellezza e nella stagione della
riproduzione dei tonni cala la tonnara. La spiaggia spaziosa, però subisce
l’arroganza di alcuni edifici costruiti oltre la linea della strada.
L’aggressione più spavalda, invero è quella perpetrata alla “ punta aiuluna “
che pone a rischio, la fascia di prato che delimita l’arenile La speculazione
ha la finestra aperta e la politica degli affari, conosce il coraggio
d’escogitare una legge su misura. Cambiare quest’immagine bella e pulita sarebbe
una jattura per il villaggio. La scusa dell’integrità territoriale, invero
nasconde un’intenzione malefica che dev’essere stroncata alla nascita. La
politica asservita all’interesse personale è una fratellanza che cammina a
braccetto della malavita e non può avere residenza in nessun agglomerato civile
ed a maggior ragione in questo paradiso.
La “ Galna “ emerge
la testa appena sopra la superficie dell’acqua e guarda preoccupata le villette
che sono emerse un giorno le une e la notte dopo le altre, dalla sabbia, dalle
canne e dagli eucaliptus nella complicità generale. Qualche casa nata con la
spiaggia in età arcaica è spinta a scivolare verso il mare dai nuovi arrivati
che s’allargano e s’ingrandiscono cercando spazio in ogni direzione consentita
Sgomitando a destra ed a sinistra hanno messo in difficoltà oltre le vecchie
abitazioni di campagna degli antichi contadini di mare, anche il gelso bianco ed
il nespolo calabrese con il melo cotogno. I furbastri hanno espanso il loro
terreno ed edificato un campo da tennis ed il rinfresco all’ombra del fico dai
piccoli e dolci frutti bianchi che qualcuno, con un pizzico di sarcasmo
chiama: “ gimma d’amuri, “ed annesso, perfino un giardino d’inverno. La
postina, residente a circa cento metri di distanza, ha perso la memoria. Andava
alla ricerca dei destinatari senza che perdesse una missiva, ritornando a casa
a sera tardi. La sua voce squillante riempiva l’aria di filastrocche imparate
dalla nonna annunciando la sua presenza all’intera vallata, sopraffacendo il
ritmo quotidiano che trascina l’esistenza all’indifferenza.Cantava gioiosa dei
contadini al lavoro nei campi e dei pescatori in lotta contro i marosi,
accettava un bicchiere di vino e soddisfatta riprendeva la strada del ritorno.
.L’anziana signorina Mica Ballotta, gonfia per una perenne gravidanza isterica,
rinchiusa, ingabbiata nella sua casetta dagli edifici costruitile intorno fino
al mare, grida male parole agli uomini della legge ed ai Santi che accaparrata
l’aureola hanno dimenticato le persone umili. La notte, siede sulla sedia a metà
della soglia della porta di casa e guarda i treni merci ed i rari, passeggeri
che transitano sulla linea ferroviaria sopra il ponte Carcero oltre la strada
nazionale, con la corona in mano a snocciolare a mezzo le labbra, litanie ed
altre diavolerie incomprensibili. All’improvviso par svegliarsi con un sussulto
e chiama sommessamente la madre morta da una caterva d’anni. La mattina,
ritornando dal forno del panificio dove lavora, il fratello di parecchio più
giovane, la raccoglie sull’aiuola di margherite bianche del giardinetto largo
qualche metro, aperto lungo la facciata della casa e la strada, e la trasporta a
fatica che si è indurita, quasi pari ad uno scoglio, nel letto di crine. Ad un
tratto par che voglia sottrarsi alla fuliggine della grotta del sonno nella
quale è caduta e con una voce dolcissima chiama: “ Mamma. Mamma. “ Ma nel
velocissimo girare dei secondi, cambia tono e grida con voce straziata dal
dolore: “ Bottana dove sei andata? Bottana. Mamma. M’hai lasciata sola.
Bottana.” sbattendo la testa contro il cuscino agitando le mani nell’aria
cercando d’afferrare con gli artigli la preda che le sfugge. La tentazione di
legarla al letto serra le mani di Giaco. Una mala caduta non riuscirebbe a
sostenerla ma non è successo. “ Può accadere “ si dice restando a metà col
dubbio che gli avvelena la lingua e l’indecisione che gli strozza le
articolazioni. Ma ecco che si quieta e sembra riaddormentarsi. Invero grosse
lacrime le scendono a rigarle il volto incartapecorito. Un momento ancora e tira
di naso dicendo con voce accattivante: “ Ho fame. Mammuzza. Mammuzza. Ho fame,
dammi “ a minnitta “ e masticando, reclina la testa sul cuscino e ritorna nel
sonno dal quale aveva socchiuso i battenti della finestra e fatto una breve
apparizione nell’oscurità.
La “ Fetonga, “
posta all’estremità opposta rimane a braccia tese a difesa dell’ntegrità
territoriale. Conserva la protezione assoluta sul veliero che una tempesta di
inaudita violenza ha inabissato in illo tempore, nelle acque della fossa “
Amennula “ pur se di recente par che sia stata distratta da una banda a corde
lunghe di operatori turistici ed ha lasciato dello spazio vacante. Alcuni pirati
del mare, bracconieri di subacquei, a bordo di potenti motoscafi, ne hanno
approfittato ed hanno trasformato la scogliera in una dimora di riposo prima del
ritorno in caserma e riprendere l’allenamento in piazza d’armi. L’arroganza
degli impunibili corre veloce sulla superficie azzurra tranciando di netto
pallone e corpo del malcapitato sporcando di sangue umano il mare intorno.La
macchiarossa straziata dal dolore della famiglia, transita lentamente sulle
bellezze naturali. Le alghe private nel giro di pochi minuti d’ogni goccia
d’ossigeno, sono state costrette a ritirare il verde che gli concedevano.
Raccolte le ultime briciole d’energia, sono emigrate in acque più pulite. I
tentativi di riprender colore erano stati vanificati dai ripetuti incidenti
senza che un colpevole fosse stato costretto a venire a galla.
La famiglia
matriarcale ha preso il sopravvento. Scesa dalla montagna a svernare nella
conca sulfurea, ammaliata dal clima si è stanziata nello specchio d’acqua,
offrendo protezione agli assassini. Ha disposto a cerchio modificabile,
apparendo a secondo il moto delle correnti sotterranee che le manipolano a
trapezio, quadrato o triangolo. Le teste mostruosamente grandi si alzano dal
collo esile ed osservano la statale disponendosi secondo le geometrie comandate,
senza che il mattino, la sera od il pomeriggio riescano ad ingannarli. Il
cane che ha visto, indispettito abbaia ferocemente correndo senza sosta lungo
la striscia di spiaggia e rimasto senza sabbia sotto le zampe, è sceso in
acqua. Il bue incuriosito ha alzato la testa scuotendo le corna e sollecitato
dall’abbaiare del rompiscatole del condomine, muggisce ad intervalli e sempre
più frequenti pestando gli zoccoli sulla ghiaia e resosi conto del malgoverno
instauratosi nel cortile, sulle conchiglie vecchie con le quali le mareggiate
hanno smesso di giuocare. Questa volta, la pesca con la rete a strascico che
tiene l’orario con il transito del treno in galleria che fa tremare la terra
sotto i piedi e si confonde con il terremoto, è stata chiusa alla chetichella
per l’enorme quantità d’alghe morte, togliendo senza volerlo, il bersaglio
preferito. Il buon senso non lo consentirebbe ma l’ingordigia o la necessità
induce a non riflettere creando alla malasorte la buona occasione. I pescatori
stretti in una “ junta “ di spiaggia non avevano scampo. La strada nazionale li
guardava a vista da sopra le teste ed hanno fatto in tempo a fuggire “ ribba,
ribba “ con le barche facendo svanire in un battibaleno, il divertimento che
gustavano scendendo onda dopo onda, accarezzandosi la coda con dolcezza, alla
stregua di iene camuffate da innamorati che prese dalla smania son costrette a
trattenersi Ma il tempo ha remato contro e prima che giungessero a riva la preda
ha preso il volo.
La mattina, Sanio
rassettatosi veniva spinto dalla curiosità ed usciva a passo moderato dalla
porta di casa lanciando uno sguardo all’orto ed ai suoi ospiti scoperti e si
dirigeva, percorrendo la traversa, al masso d’arenaria situato contro il muro
della bottega e panificio di Angelo Catalfamo. Issatosi sopra, lanciava il suo
sguardo verso sinistra alla ricerca della presenza di qualche coetaneo.
Ispezionava il pino, ombrello d’estate e d’inverno, unico ritrovo in mancanza di
un circolo ricreativo, la casa del Signore per la domenica e le feste comandate
ed oltrepassando la strada, l’edificio dell’associazione dei poveri cristiani di
strada, abbandonati ad ammazzare la noia che a fasi alterne, a secondo delle
dinamiche del pensiero e delle disponibilità organizzative, raccoglieva i
randagi del villaggio. Il tempo era libero ma non comprendeva risorse che
potessero intrattenere con iniziative culturali o diversamente programmate le
generazioni che occupavano il territorio della comunità. Il caso guidava il
divertimento e lo sbocco era spontaneo. Il campo di calcio situato in faccia al
palazzo della Baronia, comprendeva anche la strada. A mezzo con la spiaggia,
raffazzonato con buche e dossi residui della manutenzione dell’attrezzatura
della tonnara, della sosta e del passaggio delle barche in attesa d’essere
portate allo “ scarro “ sulla spiaggia per il varo. I ragazi s’adattavano a
sollevare la giornata dalla scuola e dal lavoro. Il resto del prato reclutava
altri giuochi più immediati e meno numerosi, quali “ a pietruzza “, “ a mascata
o surdatu “ con qualche battibecco a scaricare la tensione del momento che
aiuta a crescere e rinsalda la conoscenza in amicizia. A volte, però capita che
qualche familiare ci mettesse lo zampino rivoltando il piccolo screzio già
risolto, in tragedia. Il giuoco delle carte “ a oru e primera,” lo scambio di
figurine, conchiglie o “ sordi antichi “ scuciti alla terra nel trappeto
dell’antica dimora colonica del nobile Casato Marmitta, misuravano na variegata
gamma di svaghi concessi alla gioventù Anaggiota.
Sanio, però confidava
di scorgere Daco, il fratello maggiore, al quale era molto legato. Secondo i
disegni che aveva per le mani con i coetanei, Daco, però lo riteneva
d’intralcio e per toglierselo di torno, a volte non si faceva cruccio di
malmenarlo. Allora Sanio ripiegava verso l’orto della nonna e se ne stava per
ore jn compagnia dei versi degli uccelli, delle pietre smosse, dello zampettare
dei gatti e del razzolare delle galline , con qualche lucertola a mostr la coda
monca che qualche avventore le aveva sottratto per metterla in qualche rito
propiziatorio. La stupidità e la dabbenaggine umana rasentano
L’immondezzaio scavato
al limite della spiaggia col prato, un giorno per caso, lo munì di un arnese
d’acciaio, una sbarra piatta, semiicurva all’estremità, rassomigliante ad una
zappa. Sanio par che l’aspettasse e l’accettò di buon grado. L’afferrò senza
farselo ripetere e guardandao intorno, ringraziando corse a “ zappuliare. “ Un
quadrato di quel terreno che la zia “ Nappa “ emigrata nell’America “ babba “
aveva lasciato in custodia a nonna Satìa, era ben presto divenuto il suo regno e
non tollerava l’intrusione di alcuno. Canticchiando vi dava di zappa e nella
terra smossa vi sotterrava fave, ceci e fagioli racimolati dal ripiano del
focolare, della tavola o per terra sfuggiti alla nonna. A protezione di gatti e
galline, li recintava con pietre e pezzetti di canne. Ogni mattina, appena si
alzava, il pensiero gli correva nell’orto e munito di un “ catu “ d’ acqua,
innaffiava con cura la terra, scrutando le zolle, sperando che scoprisse un
germoglio. L’emozione lo travolgeva appena una fogliolina della piantina e poi
un’altra ed aun’altra ancora, s’appalesavano tenere, tenere, timide, timide
dalla terra. Allora, correva dalla nonna gridandosi sulle labbra: “ nascìu,
nascìu “ ma era tanta la foga che metteva nelle parole che si rendeva
incomprensibile. La nonna, non arrivando a capire cosa volesse dirle, con
pazienza, calmava la sua euforia lisciandogli il viso, avvitandogli i “cannola
“ e gli chiedeva: “ chi c’è binidittu carusu, chi ti capitò? “ Ma quando
qualche mattina dopo, andando nell’orto ad innaffiare scopriva le piantine
spezzate e sparse con le canne in ogni dove, la rabbia gli nasceva in testa,
nelle mani, nei piedi, nella lingua e munito di una furia bestiale, si lanciava
alla ricerca del nemico. Gli autori della strage li conosceva bene. L’aria
d’indefferenza con la quale razzolavano, giuocavano con l’erba od altro, non lo
ingannava. Quelle galline e quei gatti che gli facevano compagnia, avevano
tradito la sua amicizia e li perseguitava. Dichiarata la guerra, con le armi
in ogni muscolo, aiutandosi con quello che riusciva a trovare in loco, si
lanciava all’inseguimento di galline e gatti che incaute, stavano a breve
distanza o che maldestramente circolavano in quei paraggi. Correva or contro
l’una or contro l’altro minacciandoli con pedate, pietre, parolacce e bestemmie
che nonno Facico, involontariamente gli forniva ogni santo giorno. Ricorreva
anche a qualche ramo di fico abbandonato nella “ vininnuzza “ dietro la casa
degli spiriti. Si lanciava alla perdizione, senza guardare dove andasse, dove
mettesse i piedi aizzato dalla loro capacità di sfuggirgli. Quelli si
prendevano giuoco di lui, lo facevano fesso e non gli lasciavano in mano né un
pelo e tanto meno una penna da mettere nei capelli a simulare il trofeo della
vittoria. Saliva e scendeva, gridava e correva, cadeva, si alzava e riprendeva
la corsa lanciando sassi e tirando pedate, scivolando, correndo senza tregua
dietro i malcapitati. Il bisogno di colpire, di strappare loro qualcosa che
facesse parte del corredo in dotazione dalla la nascita, lo ossessionava.
Voleva, doveva poter tenere, qualche penna in mano. Entrare in possesso di una
parte del loro abbigliamento era indispensabile perché potesse ritrovare un po’
di calma. La rabbia lo spingeva senza dargli fiato, rischiando perfino di
ferirsi. Rabbrividendo per il soffio maligno dei gatti, spaventato dall’attacco
improvviso sferratogli con la zampa da uno di loro che stazionava a pancia in
aria nell’erba, graffiandogli il dorso della mano destra, evitò ulteriori
tentativi e si dedicò con acredine maggiore alle galline credendo di poterne
avere ragione con più facilità. Le galline correvano starnazzando, gridando
d’essere lasciate in pace. Quello stronzetto gli aveva fatto perdere la
tranquillità e non gliela davano vinta. Sanio, però doveva avere qualcosa in
cambio e senza non riusciva a calmarsi. Le rincorreva per strada, sotto la
fiancata della “ barcuzza “ in secca del padre, lontano per lavoro e sul muro
sciolto. Ma erano in tante ed or l’una or l’altra lo distraevano facendogli
perdere la mira. Il trambusto, però ad un certo momento, distrasse nonna Satìa
dai lavori di casa inducendola ad affacciarsi sulla porta. Resasi conto di quel
che stava combinando quel “ diavulicchiu di carusu, “ lo chiamò e gli orinò
di lasciare le galline in pace, di smettere di “ straviarle. “ Sanio, però non
riusciva a por tregua a quella guerra. Doveva far rotolare almeno una gallina
per terra. Quelle, però gli volavano sulla testa e si facevano beffe di quell’
umanottolo dalla buffa cresta quasi bionda che gli cadeva ai lati della testa.
Le galline erano svelte e sapevano sottrarsi con facilità alle sue pedate.
Saltavano e volavano e Sanio “ s’incaniava “ diventando persino, pericoloso. A
questo punto, nonna Satìa interveniva con severità, impaurita che potesse farsi
male. Conosceva il modo per indurlo alla ragione. Sapeva parlargli e Sanio
ascoltava le sue parole. Nonna Satìa non adoperava le mani per ricondurlo
nell’alveo quieto della sua indole.Il suo rimprovero lo colpiva peggio di uno
schiaffo. Sanio abbassava la testa e senza alcun borbottìo ritornava
tranquillo anche se qualche rivalsa gli restava a covare nel petto. Nonna Satìa
sapeva parlargli. Sanio le parlava ed aveva fiducia in lei. La sua figura alta
ed imponente, vestita di nero per il figlio disperso in guerra, gli dava
conforto, sicurezza e tanto coraggio nei momenti di crisi, di depressione..
Sanio sentiva una malinconia, insoddisfazione salirgli lentamente e condurlo
alla solitudine. A volte se ne chiedeva il motivo, voleva scoprirne la ragione
ma non era fornito dei mezzi necessari ed allora correva sulla spiaggia ed in
faccia alla distesa azzurra ritrovava il coraggio, la sicurezza che nonna
Satìa, quotidianamente, gli somministrava. Ogni giorno, però acquisiva saggezza
e sapeva distrarsi mettendo a lato quel vuoto che gli nasceva all’improvviso
nella mente.. La compagnia di Fana e Tida che abitavano in fondo alla traversa,
sotto il muro della stazione ferroviaria, gli era di molto conforto e quando
lo chiamavano correva. contento. Sanio si trovava molto bene con le sorelle
Poriatro ma soprattutto, era calamitato da Fana. La più grande delle sorelle lo
coccolava e lui si rifugiava con gioia nelle sue braccia. Fana era una ragazza
adulta e si disponeva a nel giuoco della mamma. Lo invitava ad attaccarsi al suo
seno e lo accarezzava. Sanio ascoltava il battito del suo cuore e si esaltava.
La maggiore età di Fana .aveva bisogno più che di un ragazzino. I giuochi che
escogitava, però le servivano ad un qualche appagamento. Tida, si accompagnava
a Sanio nei giuochi che Fana intendeva fare. Sanio pur non comprendendo,
spinto dalla curiosità, cooperava con Tida. Fana distesa sul letto nella
penombra della stanza, sospirava ed emetteva dalle labbra strette nei denti,
lievi gridolìi. Il giuoco di Sanio e Tida si protraeva fino a che Fana non li
allontanava dolcemente con la mano, diceva loro di baciarsi dimostrando quel che
fare su una fetta d’arancia che mangiava. Appena calmava il respiro, Fana si
alzava dal letto ed inondava di luce la stanza. Si avvicinava allo specchio
dell’armadio e si accarezzava il seno con un sorrisetto di soddisfazione
sulle labbra, si mostrava nelle posizioni desiderate ed ammirava il suo corpo
giunonico. Orgogliosa della veduta, indossava la vestaglia lasciata sulla sedia
d’angolo, s’avvicinava al letto ed esaminava Sanio e la sorella che cominciava
a maturare le forme. Li accarezzava ancora e contenta del risultato li faceva
mettere l’uno sull’altra istruendoli sul cosa fare, sorvegliandoli ed
aggiustandoli. Le piaceva guardarli e non si stancava d’incitarli e
posizionarli. Ica, vicina di casa e quasi pari età di Sanio ed a volte anche
Ari, la cugina che abitava nella traversa di spalle, prendevano parte ai
giuochi. Fana sapeva cogliere l’occasione e le invitava ad entrare in casa. Ica
ed Ari, però erano presente sporadicamente. Alcune volte erano spettatrici dei
giuochi o partecipi a qualche preliminare se Fana lo ritenesse necessario.
Qualche volta, a turno ne furono coinvolte ma Fana non le riteneva idonee ai
suoi giuochi. La decisione le apparteneva ed a secondo del tempo che le restava
usufruiva di questo appannaggio esclusivo. Sanio sublimava l’amore di Fana per
l’uomo che desiderava. Tida, Ica, Ari recitavano la parte che lei non poteva
sostenere e le mancava, tentando così di riempire la propria insoddisfazione.
Fana, nella ricerca di sollevare la cassazione della sua passione, si protraeva
perfino nel controllare Sanio nell’urinare. Ma ecco che arrivava il compenso.
Seduti, schierati uno accanto alle altre prendevano dalle mani di Tida “ na
cunnurenna “ che la Signora Colma, mamma di Fana e Tida, impastava ed infornava
ogni domenica al termine del pane.
Sanio, però molto più
spesso, andava in casa della zia Pita. La sorella di nonno Facico abitava la
casa accanto che faceva angolo con la strada secondaria. La principale,
parallela a questa, chiudeva la rimanenza della traversa. Pita Cimuto non si
era sposata e si sosteneva costruendo reti da pesca. Seduta in faccia alla
porta, prendeva la luce che il cielo le mandava in casa. Mantenendo fermi i
piedi poggiati sui pioli della sedia da lavoro .posta di traverso, imbastiva le
maglie intorno alle canne. La signorina Pita, man mano che confezionava la
rete, l’avvolgeva alla spalliera e la legava con uno spago continuando il suo
lavoro. Pita Cimuto, lavorava di polso e le sue mani erano precise e veloci
consegnando alla data stabilita la rete ordinata. Usava canne di varia
lunghezza e grossezza che conservava in un sacchetto di stoffa azzurra
agganciato con lo spago di chiusura alla sedia con la rete, a portata di mano.
Le canne erano lunghe un palmo ed ognuna aveva una misura. di circonferenza che
determinava le maglie. Ogni maglia, secondo la funzione aveva il suo posto nella
rete. L’applicazione che assumeva nella pesca aveva la maglia con una
circonferenza adatta all’uopo. Ogni mestiere nell’allungarsi dalla cima al
fondo ha maglie grandi e maglie piccole ed ancor più piccole quando servono a
formare il sacco per la raccolta del pesce nella pesca a strascico. Il pesce di
qualsiasi dimensione, cinto dalla rete con maglie diverse, viene spinto nel
tirare, sempre di più nelle maglie più strette fino a che non vi rimane
intrappolato e l’acqua scivola fuori lentamente. Ogni calata è sostenuta dalla
barca che sorveglia a che i pesci non saltino fuori dalla rete e dalla fatica
che trascina vogata dopo vogata, passo dopo passo, la speranza di una pesca
abbondante.. Il pescatore è un viaggiatore che cammina sull’acqua con la
compagnia malfidata del vento e del sole ed ogni tanto riesce a fare incetta di
pesce prendendo per il culo ognuno di questi elementi ma non è mai arrogante e
con umiltà li ringrazia assieme ai Santi. Sanio seduto di fianco alla zia Pita ,
osservava in silenzio, il suo lavoro. I lesti movimenti delle mani che
imbastivano il filo nella canna, li sentiva qualcosa di molto affascinante. Un
interesse ammaliante, lo tratteneva a trascorrere molto tempo senza distogliere
lo sguardo. Ogni passaggio entrava nella sua mente e ne restava memorizzato.
Seguiva con una strana attenzione, l’ago che girava intorno alla canna ed il
filo che formava la maglia. Ogni volta era sorpreso dal pizzico sonoro del filo
che usciva dall’estremità del lago assottigliando la matassa. La zia Pita gli
pareva una prestigiatrice nel volteggiare la mano con l’ago e con le dita il
filo a fare il nodo e legare la maglia. Sanio la definiva fantastica. Al termine
della riga procedeva alla conta e quando era certa che non avesse dimenticato
qualcosa, faceva scivolare della canna le maglie lasciandole libere Agli occhi
di Sanio appariva l’emblema di un lavoro magistrale. La rete ormai finita, viene
tolta dalla spalliera e la lunga striscia con le maglie di varia grandezza si
scioglie aprendosi sospesa nell’aria dalle mani della zia Pita, arrossate nelle
articolazioni, con la pelle delicata, segnata dalla fatica. Questo è il segnale
che avvia il manufatto ad entrare in opera. Quest’arte antica non è stata
tramandata ed è ha perso il suo valore cadendo in disuso. L’industria della
plastica, senza alcuno scrupolo, l’ha eliminata. Questa forza, però adombra i
pesci, distrugge la flora e la fauna. La virulenza del materiale e la mancanza
di rispetto per gli elementi che ci circondano, sta mettendo a rischio il ciclo
naturale. Il domani che sta nascendo senza equilibrio ci condurrà all’incapacità
di esistere. La possibilità di potere creare un futuro diverso, appare
difficoltosa. Di sicuro non potrà essere né uguale e tanto meno migliore. Il
peggio è evidente ma la gente non sembra comprenderlo Attende fatalmente quel
tanto pernicioso lamentando l’ incapacità dei governanti. Ritenendoli tali è
sacrosanto, però non può rifugiarsi in una buca ed aspettare. Questo non produce
nulla di buono e non è vero che è inadatta a poter fare qualcosa. Anche se
sono gli altri i responsabili del degrado che secerne questa ed altre malattie,
il dovere di mettere in salvo il nostro globo, appartiene a tutti. Ognuno, in
genere pensa al presente ed appare soddisfatta ma la terra sotto i piedi sta
assottigliandosi e l’aria con gli elementi insostituibili della vita, stanno
depauperandosi. Siamo al punto che non ci resta più nulla da lasciare ai nostri
figli. La generazione che verrà sarà stanca quando avrà in mano questo mondo
privo di stabilità elementare .Lascia, almeno qualcosa da dove poter
ricominciare.
Sanio, a questo punto
si era messo in testa di farsi un mini rete da pesca. Credeva d’avere appreso
abbastanza e raccogliendo e legando le cime di scarto che la zia Pita lasciava
cadere per terra, tentò d’imbastire una striscia quanto bastava per pescare
dalla riva. Aveva intenzione di calarla a qualche metro di distanza o dove
arrivava scendendo in acqua fin dove poteva camminare toccando la sabbia del
fondo. A forza di braccia l’avrebbe lanciata a cingere “ cifalenni e cuornia “
che stazionavano in vicinanza della riva per la loro tenerissima età.Sanio, però
ragionava senza l’attrezzo. Pur tentando d’imbastire qualche maglia gli mancava
la materia. Quella accumulata era alquanto improbabile potesse raggiungere la
lunghezza di un cappio ed i nodi che legavano una cimetta all’altra erano blande
alchimìe tentate da presunto lavoratore di reti. Quel tanto non aveva un segnale
per quanto era striminzita. Quelle cimette raccolte, “ summa “ erano
aggiungendo quasi, per bontà, di nessuna utilità. Andando per la spiaggia,
pensando a qualche rimedio, era tentato di saltare in una delle barche della
sciabica tirate in secca. Qualcosa l’avrebbe trovata a poppa od a prua, sotto le
tavole, ma a farlo gli mancava il coraggio. Credeva di non apportare alcun danno
vista la quantità di rete in loro possesso, però questo significa: “ rubare “ si
diceva e desisteva. Andava e ritornava, li affiancava per la loro lunghezza e si
sedeva sulla battigia a guardare l’acqua azzurra, quieta salire e scendere con i
granelli di sabbia rotolare seguendo il modo della risacca e combatteva
dolorosamente col desiderio ed il malpensiero. Riprendeva a camminare e risaliva
la costa per allontanare la tentazione lasciando che il desiderio si rassettasse
e lo facesse respirare. Il mare, però era tanto bello, adatto alla sua pesca e
ritornava sulla spiaggia quando mettendo il piede in avanti cozzò con qualcosa
nascosta nella sabbia. Senza abbassarsi, così per curiosità col piede spinse la
sabbia di lato e grande fu la sua meraviglia quando venne alla luce, una
striscia di rete. Lentamente la trasse fuori e la sciolse al modo della zia Pita
la matassa terminata, sciolta dalla sedia. Presentava qualche buco ma pensò di
potervi porre rimedio con le cime in suo possesso. Contento ritornò a casa ed
andò nell’orto. Cercò un angolo nascosto alla strada ed appese la sua rete e con
le cime, alcune unite ed altre libere, si diede a “ sarcire, “ a rattoppare il
buco, gli strappi. Quando ritenne d’aver finito non era più ora. La nonna e la
mamma l’avevano chiamato più volte. Avevano chiesto anche ad Ica e Tida che
sedute ognuna, sulla soglia di casa propria, stavano” incagnate.” L’una con
la mamma e l’altra con la sorella. Fana imitava gesti e modi di fare l’amore con
Basiano. L’una alla finestra della cucina che a malapena riusciva a mostrarsi
lottando col muro della strada ferrata e Basiano dalla finestra del secondo
piano dell’agglomerato dei dipendenti delle ferrovie in alto. Napo Baisano
boccheggiava con l’asciugamano al collo e gonfiava la muscolatura del petto Fana
Serrata gli mostrava il suo bello e fiorente. La competizione, naturalmente non
aveva confronto. Ma il perdente aveva il suo fascino e gli occhi dell’amore
vedono quello che vogliono. Questa rappresentazione figurata, però richiama
l’attenzione di nonna Satìa che uscendo in strada, senza volerlo, guarda in alto
ed incerta, “ s’adduna “ se avesse visto bene e senza bere un sorso d’acqua,
segnando con la mano destra il “ malucriatu “ bersaglia di male parole Fana che
senza rendersi conto di nulla, estasiata, abbarbicata con le mani e con la mente
alle sensazioni del suo vulcanico e giunonico corpo, continua con le sue moine,
contorsioni e quanto riusciva ad inventare per darsi godimento. Alla minaccia di
raccontare ogni cosa alla mamma, però si scosse ed uscì dall’incanto. Il rossore
che le sensazioni le comunicavano si trasformò in porpora vestendola dalla cima
dei capelli alle unghia dei piedi e vacillò scomparendo dalla finestra. Nonna
Satìa ritornando indietro si trovò Sanio nelle mani ch’era uscito dall’orto e
dicendogli “ ah! cca sì! “ lo afferrò per un braccio e lo fece entrare in casa.
La mattina dopo di buon’ora, con la rete ed un “ cozzo “ di pane con le acciughe
salate, Sanio corse sulla spiaggia ed andò a calare. Quell’ora gli risultò
idonea. Il mare era calmissimo, senza una piccola increspatura e gli dava modo
di vedere “ cifalenni e Cuornia “ rincorrersi e giuocare a meno di un metro,
sotto il naso. Il lancio della rete, però fu un disastro perché non andò che
qualche centimetro oltre la rampa. Allora gli saltò in mente l’accorgimento
d’apporre e si diede dello stupido per non averci pensato. L’euforia gli aveva
addormentato la mente e vi porve rimedio. Sarebbe stato bene pensare che “ nto
sutta, “ nel margine inferiore della rete doveva metterci dei pesi leggeri
quanto necessari per farla scendere sotto la superficie dell’acqua e dei
galleggianti per trattenerla in modo che formasse una barriera. Provvide con il
materiale a disposizione in loco. Pietre bianche grandi meno di una noce per
farla calare e pietre di pomice della stessa grandezza per trattenerla e con
molta perizia mise in acqua la rete. I pacchettini delle pietre e quelle pomici
che avevano legato ben bene, ressero e lentamente cominciò a tirarla verso
riva. Man mano che tirava, cingeva e stringeva i pesciolini che quasi a
prenderlo per il mento, gli saltavano dalla rete battendo la coda ed un paio
anche sorridendogli facendogli il verso del babbeo. La calata terminava con le
mani vuote e bagnato fino alla mutanda. Ma senza darsi per vinto, si leccava
le labbra salate e ritentava. Quando, casualmente, gli capitava di tirare in
secca qualche “ cuornia “ che non si era svegliato in tempo o si era smarrito,
lo rimetteva in acqua trattenendo a fatica, per rispetto della tenera età, una
bestemmia. Ogni volta, comunque ritornava a casa, bagnato, con la rete in mano
ma con piccole piante di versi poetici nella mente.
Quando la zia Pita
doveva consegnare la rete terminata al committente, Sanio l’accompagnava con
gioia. Sanio ricordava quel padrone di barca di Caseto che alla consegna non
aveva il denaro. La zia Pita non voleva essere scortese ma dopo mesi di lavoro e
la fatica della strada oltre al ritorno, la rese indisponibile e dicendogli: “
quando avrete il denaro venite a casa a prenderla e cercatevi un’altra, prese
Sanio per mano e ritornarono indietro voltandogli le spalle sulla grossa faccia
che i folti baffi rendevano ancor più grande. Uscendo dal cortile, Sanio si
voltò a guardare il mare con la barca che si dondolava sulle onde. Il gigante
di sasso era rimasto, fermo sul posto, senza emettere un suono, una parola, un
rumore qualsiasi tanto che Sanio prima di uscire dalla vista, incuriosito
ritornò a guardarlo e con assoluta spontaneità lo soprannominò: “ Il gigante di
Caseto “ intendendo disprezzarlo per il comportamento assunto nei confronti
della zia Pita e del suo lavoro.
I committenti padrini
di barca della zia Pita, eliminato il gigante di Caseto ch’era venuto ad Anaggio
con i soldi a ritirare la rete ordinata anche se alcuni mesi dopo, erano contati
sulle dita di una mano ma risultavano seri, persone per bene tanto che la zia
Pita con qualche famiglia era diventata perfino amica. La zia Pita non aveva mai
fatto scelte. Sedeva la sua persona bassa e pienotta sulla sedia da lavoro e non
frequentava alcuno. Lavorava in silenzio e non accennava un’aria o una canzone.
Salutava il fratello che passava andando “ a mare “ od alla fontana “ a prendere
l’acqua “ ma non parlava e non usciva mai la testa dalla porta. Appagata dal suo
lavoro e della sua esistenza stava in pace con ognuno e nessuno la disturbava.
Il mestiere di tessere a mano, reti
da pesca e costruire nasse con lo junco, era prerogativa della famiglia Cimuto
fin dalla loro discesa d’oltralpi.Le donne, sedute davanti alla porta di casa,
filavano la canapa e tessevano fino a sera tardi accompagnate dal chiarore
della luna. Gli uomini praticavano la pesca coi conzi e con le nasse navigando a
colpi di remo con la “ Brindatina “e non di rado, andavano a strascico col “
ragno “
La zia Pita era
l’ultima donna della famiglia Cimuto a mantenere la tradizione familiare.
Terminato il lavoro, andava a piedi a consegnare la rete al committente. I
padroni di barca di quel territorio, rimasti legati alle reti tradizionali,
negli anni si erano ridotti a quattro o cinque. La zia Pita, con più frequenza,
serviva il pescatore Nareuta che abitava a Giacalata, Menuto di Bonapassa e
Tricosto di Nosiracca. Sanio, accompagnava la zia con entusiasmo ma il ritorno
era pesante. A bordo delle scarpe, zia e nipote partivano di buon mattino ed
andavano a consegnare la rete. Percorrevano decine di chilometri e seppure la
strada del ritorno non aveva mai termine ed i piedi bruciavano maledettamente,
Sanio seguiva zia Pita, senza un lamento, senza dar segno di sofferenza. La
signora Menuto di Bonapassa li accoglieva con tanta gentilezza. Teneva sulla
faccia un bel sorriso e se il cielo tendeva a mettersi a male, lei non
s’oscurava. Sanio nel vederla e trovarle il grosso neo a coda di topo che gli
scendeva di lato all’occhio destro, gli scappava un sorriso pieno, di
contentezza e lei ricambiava con un affettuosità molto vicina a quella dei
figli. La signora Menuto era madre di tre figlie d’età a scalare. Coccolava
Sanio con belle parole e gli accarezzava i capelli e la faccia. Entrati in casa,
gli metteva in mano più di una “ cunnurenna “ appena sfornata, calda, morbida ed
al profumo d’anice, dicendogli con dolcezza: “ mancia figghiu. Sunu belli
frischi. “ Le figlie accorrevano e senza dargli il tempo di poterne con un
piccolo morso, assaggiarne una, lo prendevano per mano e lo trascinavano a
giuocare. Ame, la figlia più grande della signora Menuto, era la più
intraprendente ed ad onor del vero, anche attraente. Ame Menuto, aveva due o
tre mesi in meno dell’ età di Sanio, però si presentava con le credenziale di
una ragazzina che voleva entrare nella reggia delle donne e cercava che Sanio
l’apprezzasse con le sue mani.Faceva in modo che le sorelle andassero a giuocare
altrove e lo portava nel magazzino delle reti. Sanio la seguiva con molta
disponibilità, però era infastidito dall’eccessiva attenzione ai suoi boccoli.
Ogni mattina la nonna o la mamma, quando le faccende di casa glielo
permettevano, gli acconciavano i capelli castano quasi biondo, a “ cannoli. “
Scendendogli ai lati della testa gli davano un aspetto dolce e di straordinaria
bellezza. Satìa, osservando l’opera, sorridendo, con spontaneità gli diceva: “
Si nu Riuzzu. Va, va a giucari ora. “ Sanio gioioso, pavoneggiandosi
s’allontanava con malcelato orgoglio in cerca delle compagne di giuochi. Ma da
qualche tempo, quell’orgoglio gli era venuto meno. Sanio amava essere
vezzeggiato ma il bambino se n’era andato. Voleva assumere l’aspetto dei
coetanei e indossare “ i causi longhi “ ma non veniva ascoltato e maturava che
l’indole mite che lo lasciava indietro agli altri, aveva bisogno di una regolata
in alto.
Il signor Menuto di
Bonapassa quel giorno era dovuto uscire con la barca a ritirare i mestieri che
aveva calato. La notte aveva dormito male e la mattina appena alzato era andato
sulla spiaggia a guardare il cielo sull’orizzonte ed in alto e la lettura che
ebbe non gli piacque. L’acqua del mare all’assaggio gli risultò lasciva. Mise la
“ barcuzza “ in acqua ed andò a misurare la “ rima “alzando il suo
convincimento che la previsione che si era messo in testa era giusta. Doveva
fare presto perché a breve sarebbe scoppiata la tempesta. Ritornò a casa ed alla
moglie disse: “ Loge, a mugghieri, addubbimi a vuzza caie n’esciri ca varca., “
qualcosa mi fa dire che se non corro perdiamo i mestieri. Sarò di ritorno fra
cinque minuti. Vado a chiamare : “ Nuzzu e Ciccu “ e corse a casa dei compagni
di barca e parenti. L’oscurità andava frantumandosi schiarendosi quel tanto per
dar modo ai piedi di non inciampare in qualche pietra. Appena ritornato,
prendendo la borsa con qualcosa da mangiare, si fermò sulla porta e disse alla
moglie : “ Loge, stamattina verrà la signorina Cimuto. Se non dovessi ritornare
in tempo, sai cosa devi fare ” ed andò allo “ scarru a varari. “ La signora
Menuto informò dell’accaduto la signorina Pita facendola accomodare ed al solito
vezzeggiando Sanio con le sue “ cunnurenna. “ Un’aria di smarrimento
all’improvviso entrò in casa. Lo sguardo di Sanio si fermò sull’occhio destro
della signora Menuto e restò con la “ cunnurenna “ in mano senza saperne che
fare. La signora Menuto ritirò il suo sorriso e restò con le mani aperte e le
braccia paralizzate, avviate sulla testa di Sanio. Qualcosa era accaduto me
nessuno dei due si rendeva conto o per dir meglio si erano accorti del
cambiamento ma non riuscivano ad assimilarlo. Lei, mancava della coda di topo.
Lui, aveva tagliato i “ cannoli “ sgusciando un giovanottino anche se la
gambala del pantalone era rimasta corta. Aspettando il padrone di barca,con la
speranza che tornasse presto, la zia Pita si sedette a tavola a mangiare l’uovo
fritto che ogni volta la signora Loge era solita offrirle. Quella mattina era
andata nel pollaio e ne aveva trovate tre. Quelle galline che s’aggiravano
senza sosta a cercare qualcosa da mangiare, ogni giorno le davano almeno due
uova. La signora Loge era contenta e loro si godevano la libertà. I cardellini,
invero la preoccupavano. Appendendo la gabbia al chiodo nel muro di casa, aveva
avuto la sensazione che qualcosa non andasse. Guardò attentamente se mancasse
loro acqua, cibo ma i relativi contenitori erano stracolmi. “ Allora, cosa c’è?
Avete da mangiare e da bere. Cosa volete di più? “ Ma non ricevendo alcuna
risposta, andandosene gridò loro: “ Volete per caso andarvene? Vi siete stufati
di vedere ogni giorno la mia faccia? Ma sappiate che la libertà può essere
pericolosa. Sono d’accordo che la libertà è meglio di acqua e cibo ma senza
questi elementi Ella, non vale nulla. Ognuno la pensi bene e stasera decideremo
il da farsi in conclave. “ concluse ritornando in casa. La zia Pita rompeva con
le mani, a pezzetti la fetta di pane di grano sfornato dalla signora Loge ad
inizio settimana e lo inzuppava nel tuorlo dell’uovo. Mangiava lentamente
gustando il sapore e la freschezza. A mezzo beveva un sorso dal bicchiere di
vino rosso e faceva i suoi complimenti a Loge.
Ame entrando in casa,
vedendo Sanio ebbe un moto di sorpresa. L’aspettava ma si fermò dopo qualche
passo, a studiarlo. “ Ciao Ame “ le disse Sanio avvicinandosi. Ame rimase in
silenzio e lo guardava quasi intimidita mentre le sorelle la scansavano. Sulla
spiaggia giocarono a rincorrersi. A differenza delle sorelle che non si
stancavano e spingevano a continuare, Ame gli restava vicina e quando lui si
girava verso di lei, apriva piano le sue labbra in un sorriso. La sua bocca
assumeva l’aspetto del frutto di fico che il sole matura e mostra i suoi semi
colorati, invitanti, profumati. Sanio la guardava e non sapeva che cosa dirle.
Ame decise di giuocare a nascondino correndo tra i filari della vigna, della
terra della mamma, sotto gli ulivi, la palma, nelle canne tenendolo per mano,
abbracciandolo, toccandolo per sincerarsi che fosse lui. Attraversando le canne
e prima sotto l’ulivo grande, l’aveva baciato ma la voglia di mangiarlo a
piccoli morsi le saliva dalle mani ed allora decise di condurlo nel magazzino
interrompendo il giuoco con la sorella. Leta dopo un po’ avrebbe smesso di
cercarli. Leta s’annoiava con facilità e sarebbe andata a sedersi sulla
spiaggia. Leta non avrebbe causato alcun problema. La sua mitezza era
riconosciuta. Mai si sarebbe azzardata a dire no. Leta non era capace di
ribellarsi, di opporsi a qualcosa od a qualcuno. Leta era una ragazzina troppo
buona. Leta aveva la forza, il coraggio di sapere accettare ogni conclusione
anche se la ragione le apparteneva. Leta amava la quiete e non bisticciava né
con le sorelle né e soprattutto con i compagni di scuola. Infatti era amata e
portata ad esempio dalla maestra. Risultava la prima della classe ma non se ne
vantava. L’umiltà era il suo orgoglio e non lesinava aiuto agli altri.
Ame andò nell’angolo
meno illuminato tirando per la mano Sanio e s’arrampicarono in cima alle reti
accatastate. “ Leta non verrà a cercarci. Stai tranquillo, non riuscirà a
scovarci “ gli disse salendo. Distesi l’uno a fianco dell’altra, rimasero in
silenzio ad ascoltare lo svolgimento del giuoco. Leta, la sorella di mezzo
chiamava Ile ma senza risultato. Disse d’averla vista dietro il gelso. Ile,
però era altrove e non le rispose. Leta andò a cercarla. “ Ile “ gridò la mamma
“ vai a comprare il sale. “ Leta, entrò in casa di soppiatto e scovò Ile che
tentava di nascondersi dietro la zia Pita che soddisfatta prendeva un ulivo
sottocarica, dal piatto. “ Vista “ le gridò Leta e smise il giuoco andando in
cerca di Ame e Sanio. Ile uscì di casa e dicendo: “ non vale, non vale “ si
diresse verso la bottega della zia Meli. Leta le ripetè dietro: “ non vale ma ti
ho scoperta “ ed entrò in casa a sua volta. Afferrò una fetta di pane dalla
tavola, un pugno d’olive sottocarica che la mamma aveva messo in tavola, ed uscì
mettendosi a saltellare mettendo avanti un piede e poi l’altro, girando nel
cortile a piacimento. La sua voce con la lingua impastata di pane ed olive,
s’aggirò alcune volte sulla porta del magazzino senza però entrare. Masticando
s’allontanò lasciando che il silenzio si riversasse nel cortile. Il passaggio di
un corvo starnazzante, scosse per qualche minuto, lo spazio circostante,
sopraffacendo il l cinguettìo dei cardellini nella gabbia agganciata al muro di
casa. Avevano interrotto lo sciopero della fame e del silenzio avverso Loge che
li teneva chiusi in gabbia. Avrebbero voluto chiederle di permettergli di far
quattro passi sugli ulivi, nelle canne, in campagna e sulla spiaggia. Ma Loge,
non facendosi vedere, evidentemente, non aveva alcuna intenzione di parlare con
loro. Venendo meno, dunque la fiducia, si “ incagnarono “ e non avendo altro
strumento a disposizione per richiamare la sua attenzione, chiusero bocca e
ugola e smisero pure di toccare cibo, compreso l’uovo settimanale. Quella
mattina, però appena Sanio entrò nel cortile, dopo un momento di sbandamento,
riconosciutolo, cancellarono ogni astio per Loge e con un entusiasmo mai
esternato, gli sviolinarono in faccia la suonata più gioiosa dei cardellini
innamorati. Rivederlo e poi parlargli era stata “ una passeggiata al mare “ e ne
erano rimasti talmente impressionati che decisero ad alzata di coda di
cancellare la protesta contro Loge e la pretesa del permesso giornaliero
Ame accovacciata nel
silenzio del respiro di Sanio, ad un tratto si girò sul fianco sinistro e gli
accarezzò il collo bianco, liscio. Sanio sentì un brivido scendergli per la
schiena e si pose sul fianco a guardarla. Un sorriso di complicità li avvicinò
stringendoli in un abbraccio. Rimasero ad ascoltare i loro cuori ed ad
annusarsi. Sanio credeva di stare a pensare di darle un bacio ma invero era
inattivato dalla confusione che lo sovrastava. Quando ad un tratto Ame lo baciò
si sentì più libero e la nebbia cominciò a diradarsi. Sanio stava disponendosi a
baciarla a sua volta, quando Ame si alzò e si mise all’impiedi. La veste
cominciò a dondolarsi sulle ginocchia. Le mani ed i capelli si mossero
all’unisono, lentamente nello spazio. Ame ballava , imitava una favola antica.
I passi della danza erano leggeri, morbidi. Sanio la osservava rapito. Era
incantato da quei movimenti sognanti. Ame frequentava un corso, o meglio, la
figlia del Maestro della sua scuola, una volta alla settimana, in mezzo alla
riunione serale di musica teorica, impartiva loro qualche lezione di danza.
Sulle reti si esibiva con la dolcezza di una donna. Ad un tratto inciampò nella
rete e stava per cadere sull’incementato. Sanio le fu addosso alla stregua di un
predatore e la trattenne dal precipitare. Meravigliato della prontezza dei
riflessi si ritrasse dall’orlo stringendo Ame con le braccia sul petto e
portandola verso il centro. Ame d’impeto lo baciò e vinta dal buon gusto
continuò che sembrava non aver voglia di smetterla. Sanio era gratificato ma
all’improvviso si sentì sopraffatto. Avvertì in quei baci, la sensazione dei
saluti di una vecchia che non ha trovato l’anima gemella ed approfitta dei
ragazzini che le capitano sotto le mani e la respinse scivolando dalla
montagnola di reti in disarmo, correndo nel cortile senza dirle una parola. Leta
, appoggiata con le spalle all’albero di palma, guardandolo con gli occhi
luccicosi, senza dargli il tempo d’alzare la testa, gli gridò: “ Vieni, andiamo
“ a mari “ che sta per arrivare mio padre ” Corsero sulla spiaggia inseguiti
dalle boccacce di Ame che frastornata cercava di capire il perché della fuga di
Sanio. Senza alcuna premura, con la lentezza della meditazione, Ame s’avvicinò
allo “ scarro “ della barca del padre. Leta correva con Sanio ed Ile nella
battigia con la risacca che s’allungava sull’ampia striscia di sabbia marrone,
sottile e lentamente scendeva bagnando loro i piedi e le caviglie. Ame guardando
la loro allegria, sentì nel petto una lacerazione, una ferita che si apriva.
Qualcosa le frullò nella testa e non era bello. Si tolse le scarpe e si unì ai
loro giuochi prendendo di mira Sanio, tirandogli manate d’acqua, pedate e
perfino pugnetti di sabbia, diventando sempre più impertinente, scorbutica
anche nei confronti di Leta che le gridava: “ Mi, basta, finisciula. “ Ame,
però non ascoltava che la sua rabbia e diventava sempre più dispettosa che Sanio
si vide costretto a fermarla spingendola in acqua, chiudendole la bocca. Ame
caduta al limitare della striscia di sabbia dove inizia la risacca, sbatteva le
mani in aria ma non riusciva a riprendere l’equilibrio. Sputava l’acqua salata
che le era finita in bocca e piangeva gridando “ aiutu, iutatimi. “Sanio e Leta
accorsero ridendo e la rimisero in giuoco. La paura e l’orlo della veste
bagnato, però la resero ancora più rabbiosa. Corse a casa chiamando vendetta.
Piangendo di vergogna, col cuore straziato dal dolore, chiamò Sanio
sporcaccione. Ame aveva costruito la sua vendetta per l’umiliazione provata,
scaturita da una ragione sconosciuta. La corsa di Sanio, Leta ed Ile fu
interrota bruscamente da Loge con la zia Pita preoccupata, in attesa, certa che
Ame aveva frainteso. Le ragioni di Ame, però erano concrete. Stava in casa,
aveva la veste bagnata e piangeva a dirotto. Sanio continuava a ripetere di non
averle fatto nulla, raccontando dell’acqua, della sabbia, senza comprendere che
“ u casu “ era un altro e ben più grave. Ad un tratto Leta che se n’era stata
tutto il tempo appoggiata allo stipite della porta, in silenzio, avanzò
lentamente in mezzo alla stanza. A volo aveva afferrato il cuore della messa in
scena di Ame. “ Mamma, qualsiasi storia ti abbia raccontato Ame è una bugia.
Anzi, è stata lei a stuzzicare Sanio. Io li stavo cercando. Giocavamo a
nascondino. Loro non mi hanno vista.” disse Leta facendo esplodere la verità.
Ame, inviperita, pianse disperata e gridò alla volta della sorella una caterva
di male parole ma Leta non ritrattò nulla. La zia Pita s’avvicinò ad Ame e
stringendola a sé, con dolcezza le disse: “ Quietati, cancella dal tuo cuore la
rabbia. So che sei una ragazza buona. A volte si può pretendere troppo e si può
sbagliare. Uno screzio è una cosa stupida ma non spezza un’amicizia.” Ame smise
di piangere e mantenendosi stretta a zia Pita, guardò di sottecchi Sanio. “
Siete troppo belli per bisticciare. Dai abbracciatevi e ritornate a giuocare.
Aspettiamo ancora un po’ e se il signor Angio non è tornato, ci mettiamo in
cammino verso casa. “ concluse la zia Pita con la signora Loge che assentiva
con la testa, sorridendo soddisfatta del significato tratto dalla signorina
Pita. La Signora Loge aveva percepito qualcosa di forzato nelle parole della
figlia ma la sua disperazione le aveva confuso la mente facendo prevalere “
l’amore di mamma . “ Ad ogni modo, Leta accettò la diplomatica conclusione della
signorina Pita, però avrebbe voluto che Ame fosse stata punita. Le veniva meno
la parola pensando che l’innocenza di Sanio era dipesa dalla sua coscienza.
Sanio sollevato, contento della svolta, non aveva più voglia di giuocare.
Osservava Leta e l’avrebbe baciata ma non osò neanche stringerle la mano. Pur
non spiegandosi dove si fosse nascosta, la sua presenza raccoglieva la
gratitudine di un innocente condannato.Leta gli era uguale. Quella ragazzina era
una creatura che non avrebbe mai dimenticato e quando la zia Pita decise che non
era più tempo d’aspettare il signor Angio, andando via, continuò a salutarla con
la mano alzato e la testa girata alla sua volta che quasi andava a sbattere nel
palo dell’illuminazione. La scoperta della sua tenerezza e bellezza d’animo lo
accompagnò per la strada smorzandogli perfino la stanchezza che soprattutto, a
pochi chilometri da casa, si faceva sentire in un modo vigliacco anche se la
speranza d’incontrare il ferrovecchio, dava loro la forza di non mollare. Ogni
volta, l’incontro col ferrovecchio non mancava. Terminato il giro, ritornando,
li prendeva a bordo del carretto e recuperava loro la fatica. Il caso li aveva
fatti incontrare ed ora era diventata un’abitudine alla quale nessuno dei
viaggiatori riusciva a sottrarsi. Qualsiasi ora fosse, il ferrovecchio Peppe
Lampo, sopraggiungeva dopo. Il passaggio della galleria era obbligato e Sanio si
era convinto che il signor Peppe Lampo si nascondesse col carretto negli
oleandri, arbusti, ibiscus ed i copiosi alberi di ginestra che incorniciavano la
statale. |